Il Califfo rivendica la strage «Turchia serva della croce»

Dai terroristi nuove minacce: colpiremo ancora. Ieri maxi caccia all'uomo. Nella carneficina sparati 180 colpi di fucile

Luigi Guelpa

Un 25enne, ben addestrato, forse un poliziotto radicalizzato, originario della Cina nord occidentale o dell'Uzbekistan. Sono questi gli elementi sui quali sta lavorando Ankara per acciuffare l'uomo che nella notte di Capodanno ha ucciso 39 persone ferendone altre 65 all'Elite Club Reina di Istanbul. Dopo aver raccolto sul luogo della mattanza le sue impronte digitali e aver definito un identikit di base, il vicepremier di turco, Numan Kurtulmus, ha riferito che per l'identificazione del killer «non ci vorrà molto tempo».

Ieri è arrivata la rivendicazione ufficiale dell'Isis che ha reclamato la paternità della carneficina. I tagliagole del sedicente Califfato definiscono la Turchia «serva della croce. Il sangue dei musulmani, uccisi dai suoi aerei e dalla sua artiglieria, provocherà un fuoco nella sua casa per volere di Dio. Il killer ha agito su ordine di Al Baghdadi in persona». Oltre alla rivendicazione, l'Isis ha diffuso messaggi che esortano a colpire la Turchia e gli interessi turchi nel mondo. Per tutta risposta il governo turco ha dato un segnale forte ribadendo che la campagna militare in Siria proseguirà.

Come per Anis Amri, il tunisino della strage in Breitscheidplatz, il killer di Istanbul non si è «martirizzato». Per la caccia all'uomo sono stati mobilitati migliaia di poliziotti in tutto il Paese, e da quello che si apprende da fonti vicine ai servizi segreti di Ankara la nuova primula rossa del terrorismo jihadiasta sarebbe originario dello Xinjiang, la regione autonoma della Cina nord-occidentale abitata dagli uiguri. Le indagini però non escludono la pista secondo cui potrebbe essere invece originario di Uzbekistan o Kirghizistan, come alcuni dei responsabili della strage di fine giugno all'aeroporto Ataturk di Istanbul. Il killer avrebbe 25 anni, e sabato sera sarebbe salito su un taxi nel quartiere di Zeytinburnu, nel versante europeo della città, per farsi portare in quello di Ortakoy, dove è situato il teatro dell'eccidio. Per via del traffico troppo intenso, che stava rallentando l'andatura della vettura, avrebbe completato il tragitto a piedi, impiegando circa quattro minuti per raggiungere il Reina. Del killer si ha il profilo che emerge dalle immagini di una telecamera di sorveglianza: un uomo dai capelli neri, senza barba e con un giubbotto scuro. Le indagini al momento hanno portato al blitz dell'unità antiterrorismo della polizia di Istanbul, che ha arrestato 12 presunti militanti dell'Isis dopo aver fermato a vario titolo 149 persone per un presunto coinvolgimento nell'attacco. Ieri notte era ancora in corso l'operazione nel quartiere di Zeytinburnu.

Le manette scatteranno anche ai polsi «di chi inciterà dai social alla violenza, diffondendo paura e preoccupazione», ha sottolineato il premier Binali Yildirim, confermando che la Turchia aveva ricevuto il 30 dicembre un'informativa di intelligence dagli Usa in merito a possibili attacchi a Istanbul o ad Ankara nella notte di Capodanno, ma senza alcuna segnalazione di particolari obiettivi. «Sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio», si è giustificato il ministro degli Interni Suleyman Soylu.

Tornando alla tragedia dell'altra notte, la polizia ha fatto sapere che all'interno del locale sono stati esplosi tra i 120 e 180 colpi. Questo significa che il killer ha avuto il tempo di sostituire tre se non addirittura quattro caricatori nei sette minuti d'inferno. Considerata l'abilità con cui ha maneggiato (presumibilmente) un AK-47, e la facilità con cui è giunto all'ingresso del locale, non si esclude che l'artefice possa essere un poliziotto radicalizzato. Come quello che aveva ucciso il 19 dicembre scorso ad Ankara l'ambasciatore russo Andrey Karlov.