Cambio di strategia radicale a caccia di nuovi voti

RomaSembra passato un secolo, ma solo 35 anni fa, agli inizi degli anni '80 il fondatore e capo carismatico della Lega Nord, Umberto Bossi, approcciava la politica dal lato della poesia, dell'estetica con questi mirabili versi « Aj varan nagott sti dü fioeu, von di nostar e un teron » (Sono dei perdigiorno questi due ragazzi, uno dei nostri e un terrone). E che dire della Dieta degli autonomisti settentrionali al castello di Pomerio, fase embrionale del Parlamento padano? La Lega fino a poco tempo fa, soprattutto nell'immaginario collettivo, aveva un connotato razzista e antimeridionale. «Roma ladrona, la Lega non perdona!» era lo slogan preferito del Senatur. Osservare la folla di Piazza del Popolo in estasi per Matteo Salvini ieri potrebbe sembrare un profondo rivolgimento rispetto a quelli che erano i principi fondanti dello stesso movimento leghista che ancor oggi porta il «Nord» nel nome, pur avendo rinunciato alla dicitura «Padania» in nome del più coinvolgente «No Euro».

Ma all'attuale leader del Carroccio occorre riconoscere di aver portato a fecondazione i caratteri già iscritti nel Dna del partito. L'attaccamento al territorio originario sempre minacciato nella sua «diversità» resta anche se non si sentono più certe affermazioni. «Eh sì, ho una nonna romana. Per me è come avere un'unghia incarnita. Mi dà fastidio», diceva Corinto Marchini, capo delle Camicie Verdi. «Non amo i meridionali perché sono europeo», gli faceva eco l'ideologo del Carroccio, Gianfranco Miglio. Tant'è che in uno dei più fortunati manifesti elettorali della Lega il settentrione era rappresentato come una gallina che inviava le proprie uova d'oro a Roma e a tutto il Sud, veri sfruttatori dell'operosità lombardo-veneta-piemontese.

Erano i tempi pionieristici, quelli della Lega che sbraitava contro la «colonizzazione meridionale del Nord» invocando la secessione. Come nel settembre 1992: «Da Milano potrebbe partire una marcia su Roma per chiedere la secessione del Nord», tuonò il Senatur.

In mezzo a quello che potremmo definire anche il folklore leghista c'erano i primi velleitari tentativi di varcare i confini della Padania per rendere il Carroccio un partito presente su tutto il territorio nazionale o, quantomeno, un movimento federativo delle istanze autonomiste in tutta la Penisola. Si spiega così il tour meridionale di Umberto Bossi nelle principali città del Sud all'inizio degli anni '90. Diffidenza, insulti e un primo scontro con quello che sarebbe diventato un suo alleato, il missino Gianni Alemanno andò fino a Catania per contestarlo senza sapere che di lì a dieci anni se lo sarebbe ritrovato al fianco nell'esecutivo Berlusconi. Si spiegano così pure gli abboccamenti con la Lega Sud Ausonia di Gianfranco Vestuto nel 1996, un flop elettorale clamoroso così come il tandem con l'Mpa di Raffaele Lombardo alle elezioni politiche del 2006. L'antimeridionalismo? Solo un modo per farsi pubblicità.

In mezzo a tutto questo un preciso disegno politico: esportare il brand oltreconfine. Un progetto affidato al deputato ligure Giacomo Chiappori nel 2008: la creazione di un Parlamento del Sud da affiancare a quello del Nord (vecchio arnese della fase secessionista 1995-1999) e uno spin off del marchio di via Bellerio, «Alleanza Federalista». Un colpo al cerchio della crescita elettorale e uno alla botte del protoleghismo. Tipo l'infelice battuta bossiana «Spqr, sono porci questi romani» con tanto di magnata di bucatini all'amatriciana per far pace con Alemanno e Polverini a favor di telecamera. Salvini ha fatto tesoro di tutte queste esperienze. E cerca di replicarle senza esagerazioni. In fondo, essere sicuri a casa propria, avere una buona pensione, dire di no a questa Ue sono concetti che vanno bene da Milano fino a Canicattì.