Campagna senza sosta in sostegno di candidati della vecchia Ditta come Marini, Rossi e De Luca

RomaIn casa Pd si dice 4 a 3, ma si punta al 6 a 1. E a rivendicare un risultato che già Matteo Renzi annuncia: «Ci sono alcune partite molto difficili, ma credo che lunedì mattina il Pd sarà ancora una volta primo partito in Italia». Le elezioni, insomma, «andranno bene. Ma quello che conta, per me, non è vincere in tutte le Regioni ma rimettere in moto il Paese. Più dei numeri, i posti di lavoro che riusciremo a creare».

Non si può dire certo che Renzi non ce la stia mettendo tutta, in questa campagna elettorale: l'altro giorno era in Liguria, oggi sarà in Umbria, ieri ha ricevuto a Palazzo Chigi le tv locali di mezza Italia (quella dove si vota) concedendo interviste personalizzate a ciascuna. E il tour tv del premier (come quello dei suoi avversari, da Berlusconi a Salvini fino a Grillo) certo non si fermerà fino a domenica: ieri sera a Ballarò , giovedì a Virus . E sabato, giorno di silenzio elettorale, Renzi sarà al Festival dell'Economia di Trento, dove già i Cobas minacciano contestazioni organizzate per disturbare il suo intervento.

Il messaggio elettorale passa tutto per la contrapposizione tra chi fa le riforme (il Pd) e chi le boicotta (i «gufi»); tra chi si dà da fare e chi «si alza ogni mattina sperando in una disgrazia» su cui lucrare. «Io credo che ci siano oggi due Italie: c'è chi spera che l'Italia fallisca e ci sono quelli che, invece, stanno lavorando per costruire un Paese più bello per il futuro», dice Renzi. Che ieri si è dato da fare anche su Twitter : ha postato la sua foto mentre, in maniche di camicia, firma la legge Anticorruzione, con la didascalia: «I gufi passano, le leggi restano: verba volant, scripta manent».

Lo sforzo pre-elettorale del premier e di tutto lo stato maggiore del partito, spedito in giro per l'Italia a tirare la campagna elettorale, è quello di smuovere più «incerti» possibile, spingendo gli elettori alle urne. La preoccupazione per l'astensionismo è più di quella per il risultato matematico del voto, anche là dove la vittoria Pd sarebbe scontata: non è un caso, infatti, se Renzi ha deciso di chiudere in bellezza la campagna elettorale nella sua Firenze, a fianco del governatore e candidato Enrico Rossi. Che, in base alla legge regionale, deve superare la soglia del 40% per non essere costretto a un umiliante ballottaggio con il secondo arrivato. Nelle Regioni rosse il calo di votanti rispetto al passato è più facile (Rossi è pressoché senza avversari, la campagna elettorale è del tutto priva di pathos) e verrebbe contestato al premier, anche dentro il Pd, come segnale di disaffezione.

Così a Renzi tocca tirare la volata a molti candidati che non avrebbe scelto, e che certo non sono emanazione del «suo» Pd ma degli apparati della vecchia Ditta: dallo stesso Rossi a Catiuscia Marini in Umbria, fino a De Luca in Campania. È il frutto della mancata «rottamazione» sul territorio, gli rimproverano dai giornali. È il risultato di un'attenzione finora troppo scarsa del premier-segretario alla ricostruzione del partito, lamentano dall'interno gli stessi renziani. Il premier attende comunque il risultato elettorale per mettere mano anche agli assetti interni. La partita con la minoranza Pd la giudica ormai già conclusa: «La loro mossa finale l'hanno tentata sull'Italicum - ripete ai suoi - e si è visto come è andata: sono scesi in campo contro di noi gli ex segretari, gli ex premier, gli ex capigruppo, gli ex presidenti del partito. E al dunque, a votare contro, si sono ritrovati in quattro gatti».