Cantone dimezzato, serve legalità non paralisi Ma Gentiloni frena

Adesso diranno che la spada della legalità non luccica più. Non è vero e non è dimostrato nemmeno che l'Italia possa perdere altre posizioni nelle tenebrose classifiche sulla trasparenza degli appalti. Noi vogliamo un Paese legale ma non ingessato dentro una corazza costruita col filo scivolosissimo e soffocante della discrezionalità. Cantone è a capo di un organismo che è un pennacchio perfetto per la retorica sulla lotta al malaffare, ma è anche un mostro a tre teste: ha un profilo politico, perché un personaggio più politico di San Cantone, nominato dal governo e uomo pubblico di mille dibattiti e mille tavole rotonde non c'è; contemporaneamente l'Anac è una struttura burocratico-amministrativa che però regala pareri su tutto (o quasi) lo scibile umano, s'interessa di mille materie, si incunea ovunque e, siamo al terzo capitolo, è una sorta di magistratura di complemento dai poteri paragiudiziari. Attenzione: l'Anac interviene, blocca, ispeziona, tira le orecchie ma non offre e non può offrire le solide garanzie che la magistratura tradizionale, chiamiamola così, dà a uomini e imprese. In questi mesi si è visto di tutto: dall'incredibile siluramento confezionato in poche ore del capo di gabinetto del Comune di Roma Carla Romana Raineri, la cui testa è stata servita su un piatto d'argento al sindaco Virginia Raggi, alla corsa contro il tempo per bruciare allo scatto le procure della Repubblica sull'orlo del cratere dopo le scosse di quest'estate.
Non si tratta, intendiamoci, di svilire Cantone che pure può effettuare un'importante e delicata opera di monitoraggio sul confine fra lecito e illecito, ma piuttosto di dire no alla tentazione della repubblica giudiziaria: nel Paese delle mille regole, dei mille codici, dei mille tornanti, la pianta del malaffare cresce vigorosa e allora si immagina che la risposta non sia semplificare, disboscare, ridurre la foresta delle norme, ma al contrario creare una magistratura al quadrato. Ecco dunque lo sceriffo che amministra un territorio enorme, dai confini incerti, e che interviene quando e come vuole, spesso in via preventiva. Insomma, prima degli altri e prima di tutto, come un Angelo del Bene. Ci sono imprese che hanno assoldato consulenti per capire come rapportarsi con l'Anac, per non trovarsi fuori regola sulle sabbie mobili del campo da gioco dove la squadra di Cantone è arbitro, guardalinee e quarto uomo. Certo, l'Anac voleva e vuole colmare un ritardo, un deficit di etica imprenditoriale, l'Anac dovrebbe aiutare a sradicare la zizzania che tutto copre e tutto avvelena e poi, lo sappiamo, i giudici doc, penali o amministrativi, arrivano sempre col fiatone e hanno tempi terribilmente lunghi. Ma il rischio, com'è successo in una certa stagione dell'antimafia militante, è quello di predisporre un rimedio peggiore del male. L'Italia dovrebbe avere procedure meno bizantine, processi più veloci e pene certe e meno altisonanti che non rimbombino inutilmente come grida manzoniane.
Infine, già che ci siamo, un tema così spinoso, e per certi aspetti impopolare, dovrebbe essere affrontato a viso aperto e non alla chetichella dal Consiglio dei ministri come se Cantone e l'Anac fossero incidenti di percorso e non il frutto di scelte precise. Salvo poi innescare, quando la frittata è diventata di dominio pubblico, il solito balletto delle mezze smentite, degli annunci fumosi, delle retromarce con la coda fra le gambe e la nebbia in testa. Non è così che cresce un Paese.

Commenti

mcm3

Sab, 22/04/2017 - 08:18

Cantone fa paura, e' scomodo, questa e' la verita'