Caos intercettazioni, solo una su 10 è ascoltata con metodi scientifici

Troppa discrezionalità ai periti sulla comparazione delle voci

A chi appartiene la voce nella telefonata? È quella dell'imputato? Potrebbe, forse no, sì è compatibile al 60%. E per l'altro 40? L'errore corre sotto le bobine. Si genera nei rumori di sottofondo di un'auto, in una forma dialettale, in un'espressione proverbiale. Le parole arrivano confuse a chi dall'altro capo della microspia deve interpretarle e trascriverle. Eppure il compito, delicatissimo, in Italia poggia su un vuoto legislativo e formativo, affidato a periti fonici e trascrittori senza che vi sia un albo nazionale ufficiale né percorsi di studio. Regolato esclusivamente da un rapporto fiduciario tra i giudici dei tribunali e i professionisti a cui delegano l'ascolto e la trascrizione dei nastri. Salvo poi essere contestati in aula da nuove perizie che ribaltano le prime.

Gherardo Colombo ha ricordato nei giorni scorsi a Repubblica che «normalmente le intercettazioni si leggono e non si sentono. Quindi sfuggono il tono della voce, le intonazioni ironiche o sarcastiche, magari una risata non viene percepita. Quindi possono avere un significato ambiguo». Equivoci che i periti sono chiamati a sciogliere sulla base di evidenze scientifiche. Si chiede loro di identificare una voce anonima o di rispondere ai dubbi nei brogliacci di polizia giudiziaria. Ma come ha spiegato in una sua indagine del 2007 Luciano Romito, studioso della materia e docente di glottologia e linguistica all'Università della Calabria, «si registra un'enorme differenza di valutazione» nelle perizie che approdano nelle aule di giustizia. E «un'esagerata varietà di metodi» utilizzati. Basti pensare che per la comparazione della voce si passa «da complicate analisi statistiche e di calcolo dell'errore fino a risposte senza alcuna statistica». E che il 6% dei periti ha una licenza media, il 53% ha una laurea che va da Medicina a Ingegneria al diploma di Conservatorio: una babele di percorsi di studio che si riflette in quella dei metodi impiegati.

Appena il 13% dei periti, scrive Romito, «fornisce una riposta basata su un rapporto di verosimiglianza» (metodo statistico accreditato a livello internazionale dalla European Network of Forensic Science Institutes) e «con un calcolo dell'errore di falsa identificazione». Il 58% «effettua una comparazione tra solo due voci cercando la similitudine più che l'identificazione di un parlante». Un 38% poi «non utilizza la statistica ma propone una semplice opinione basata su non meglio definite misure acustiche». Un esempio? «A parere del sottoscritto perito, la voce anonima appartiene al signor Rossi». Con buona pace del signor Rossi. Anche se non è la sua.

Commenti
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Leonida55

Dom, 16/04/2017 - 21:03

Adottati metodi...speciali. Solo loro possono farlo. Guai...agli altri.

rossini

Lun, 17/04/2017 - 08:57

Quando leggevo da ragazzo la storia, raccontata dal Manzoni, del processo agli untori nella Milano del 1600, credevo che quello fosse il massimo della barbarie giudiziaria. Sono trascorsi 500 anni ma quella barbarie esiste ancora. I nostri destini sono nelle mani di "apprendisti stregoni" che interpretano e trascrivono le intercettazioni delle nostre telefonate a beneficio di magistrati, che dovrebbero essere i garanti della nostra libertà, ma non controllano, non verificano, prendono tutto per buono. Schifo assoluto.