Cara ex, sei stata un incidente non una passione

Camillo Langone risponde alla lettera di Annamaria Bernardini de Pace

Cara, davvero sei una mia ex, come ti definisci? A me sembra impossibile però se lo dici tu sarà vero, sono così distratto. Fatico a riconoscermi in un uomo che ha condiviso qualcosa o più di qualcosa con chi indugia nel turpiloquio, come fai nelle prime righe della tua lettera. Sai, sono un signore elegante. Non è che hai creduto di essere la donna della mia vita mentre lo eri solo di qualche ora ogni tanto? Forse ti sei fatta dei film, come si dice, e a me il cinema appassiona poco. Se esistesse ancora un'industria cinematografica degna di questo nome potresti fare fortuna come sceneggiatrice.

Mi sovviene una pellicola degli anni Cinquanta, il regista era Raffaello Matarazzo, si intitolava Tormento e magari l'hai vista un pomeriggio su una televisione locale, di quelle che non possono permettersi film freschi, e ne hai tratto ispirazione. Mi accusi di essere sconcio. Guarda, mi fai un grande piacere, mi appunto la parola sul petto come fosse una medaglia. Ricordo che ai libri preferivi Vanity Fair , non hai mai degnato di attenzione la mia biblioteca altrimenti sapresti che uno dei miei eroi letterari è Charles Bukowski. Ti dice niente Taccuino di un vecchio sporcaccione ? Il mio cruccio è che a causa dell'educazione e forse della religione non sono mai riuscito a essere sporcaccione fino in fondo. Ma la speranza è l'ultima a morire e può darsi che in futuro riesca a fare di meglio (o di peggio, dipende dai punti di vista). «Hai sempre avuto un'altra donna per tutta la durata del cosiddetto nostro amore» mi accusi. Qui se fossi volgare potrei risponderti: solo una, cara? Hai trasformato in una colpa perfino quelle che chiami «confessioni non richieste», le chiacchiere da cuscino che a me piacciono tantissimo, e non solo a me visto che sul tema hanno scritto delle gran belle canzoni (ti consiglio Pillow talk nella versione di Joss Stone). Mi dichiaravo pentito delle mie malefatte? Lo ero, lo sono, ho sempre avuto la sensazione di sbagliare molto, se non tutto, e in ogni ambito della vita, non solo in quello erotico-sentimentale che tu in quanto femmina percepisci onnipervasivo, e io, maschio, un po' meno centrale. Adesso mi stai provando che almeno una cosa l'ho sbagliata davvero: farti delle confidenze.

«Non sai costruire - scrivi - non sei progettuale se non a brevissimo tempo». Mi hai preso per un architetto? A parte gli scherzi, ho sempre trovato patetico, per non dire blasfemo, l'atteggiamento di chi si immagina padrone del proprio futuro e fa programmi a lunga gittata: l'anno prossimo farò, l'estate prossima andrò... Ma dove vai? Ma cosa fai? Ma stai tranquillo!

Non mi produco in citazioni bibliche perché so che non le sopporti, l'idea di Dio ti è inconcepibile e non potrebbe essere altrimenti perché confligge col tuo pensarti centro e motore dell'universo, quindi mi limito a ricordarti una famosa frase dell'ateo Keynes: «Nel lungo periodo saremo tutti morti». Non sopportavi nemmeno la mia ostilità alle prenotazioni: treni, alberghi, ristoranti... Mi maledicevi perché poi spesso non si trovava posto, non capivi che quel narciso che hai amato, se non altro per le «sapienti carezze», considerava troppo presuntuoso, troppo borioso, per un mortale, immaginare di potere con certezza usufruire di quel treno, di quell'albergo, di quel ristorante.

E se da Davide Oldani, i cui tavoli vanno prenotati con mesi anni forse millenni di anticipo, non ci siamo mai andati, pazienza, ti ho offerto valide alternative, non siamo mica morti di fame. Un'altra medaglia che mi hai appuntato al petto è quella del dandy. «Nella stessa stagione - hai scritto con faticosa metafora - sai alternare, con glaciale e bieca indifferenza, cachemire e lino. Tanto il caldo e il freddo li crei tu, la realtà ti è indifferente». Spero sia vero, spero di meritare questo attestato di impassibilità, che del dandismo è dato peculiare.

Non è che mi fidi troppo della tua capacità di giudizio siccome sei capace di contraddirti nel giro di due frasi: «Ero allibita dalla tua pochezza. Mi attanagliava la paura, mi avvelenava la delusione: ho respirato in un attimo tutto il male del mondo». Mi attribuisci al contempo pochezza e grandezza, sebbene negativa. Com'è possibile? Forse mi ecciterebbe essere davvero un «regista del male», ma onestamente, oggettivamente, non lo sono. I miei sono i piccoli traffici erotici di un uomo che cerca di sentirsi vivo e la gran Norimberga che stai allestendo è sprecata per me. Non mi chiamo Hitler, Stalin, Pol Pot: se ti avvicini puoi respirare i troppi sigari che fumo, il troppo whisky che bevo, e quindi il male del mio fegato, non quello del mondo, che è cosa tanto più vasta di me e di te messi insieme.

Sei così enfatica, cara. Ti manca il senso del ridicolo anche quando parli del tuo «amore infinito». Era tanto infinito che è finito con questa lettera di lagne e rinfacci. Hai ragione soltanto quando dubiti della mia intelligenza: anch'io ne dubito, da quando ho deciso di risponderti.