In carcere il cognato del re Felipe

L'ex duca di Palma Inaki Urgandarin condannato a 5 anni

Gli occhi bassi e la fronte rugosa tradiscono quello che la polo grigia a maniche corte con la borsa a tracolla farebbero pensare all'ex duca di Palma come a un semplice turista. Ieri mattina sulla vita di Inaki Urdangarin, il cognato del re di Spagna Felipe VI, si è abbattuto tutto il peso della realtà. Alle 8 e mezza del mattino, puntuale al suo appuntamento con la legge, ha attraversato il corridoio del carcere di Brieva, ad Avila, ad un centinaio di chilometri da Madrid. Un privilegio, uno dei pochissimi riconosciuti all'ex potente uomo d'affari, aver potuto scegliere tra 82 centri di detenzione spagnoli. Qui, istituto di pena prevalentemente femminile, dove vi è anche una sezione maschile praticamente vuota, dovrà scontare cinque anni e dieci mesi di reclusione per frode e malversazione per lo scandalo Noos. L'ex campione di pallamano, marito della sorella del re, l'infanta Cristina, è arrivato a scontare il suo debito che la giustizia non gli ha perdonato. E neppure il popolo; lui che il destino gli aveva regalato una mano più che fortunata, nata ed esaurita nel segno dello sport. Il talento e l'avidità che tradisce e umilia. Nato nel 1968, suo padre faceva parte della piccola nobiltà basca, deve tutto al talento sportivo. Dall'età di 18 anni è stato un giocatore professionista di pallamano con la squadra FC Barcelona e nella nazionale spagnola, con cui ha vinto due medaglie olimpiche di bronzo. Poi ai giochi olimpici di Atlanta del 1996, l'incontro con l'infanta Cristina, la terzogenita del Re Juan Carlos. E Inaki mette il turbo e sorpassa. Le nozze nel 1997 lo elevano a Duca di Palma de Mallorca. Lui abituato a vincere, a primeggiare, le fotografie sulle copertine patinate, ritratti di famiglia con re Juan Carlos e la regina Sofia, tra sorrisi e bella vita, i quattro figli, le vacanze in alta montagna, sullo skilift tutti insieme, cani elegantissimi a scodinzolare nel giardino da favola, sorrisi e l'eleganza disinvolta di chi sa di avercela fatta. Come gli calzava perfetta questa vita reale, gli agi ma ancora di più le relazioni. Il potere del nome e le porte sempre aperte. Le cattive compagnie e qualcosa che scatta dentro, l'errore - che il popolo spagnolo non perdona- di confondere i limiti, di sbordare nell'illecito. Lo scandalo Noos che diventa una bomba capace di far saltare la monarchia; la decisione di re Juan Carlos di abdicare quattro anni dopo in favore del figlio Felipe, il si salvi chi può applicato a Corte: incriminato per aver deviato fondi pubblici per 6 milioni di euro attraverso l'omonima fondazione sportiva da lui diretta insieme al suo socio di allora, Diego Torres. Rubare denaro pubblico in un momento in cui il Paese soffre una delle crisi peggiori della storia. I disoccupati e i giovani che non hanno alternative, che devono scappare fuori, all'estero, la bolla immobiliare, la rabbia dei molti e i privilegi dei pochi. Fortunati a cui serve una punizione esemplare. Il giovane re Felipe sa che per salvare la monarchia deve sacrificare i simboli. Il padre spendaccione con le sue centinaia di amanti ha appena rinunciato al trono. Per Inaki non ci può essere perdono: dovrà pagare come un cittadino comune. La famiglia ripara in Svizzera, tenuti a distanza da Madrid e dai riflettori per non confondersi con il nuovo che avanza. Condannato la settimana scorsa in un processo che ha visto l'assoluzione della moglie Cristina, Urdangarin è il primo membro della famiglia reale spagnola ad entrare in carcere.

Commenti

Libertà75

Mar, 19/06/2018 - 10:38

i giudici spagnoli ancora risentono del rigorismo fascista, bene così, se è colpevole che paghi secondo le leggi del luogo, in Italia (ivnece) abbiamo pene troppo basse e sconti troppo alti