Caro uomo ideale con te ho fatto un buco nell'acqua

Mi hai portata in braccio sotto il temporale e a ogni passo capivo di volerti. E ora rimpiango di non essere rimasta con te

Caro uomo che vorrei,

un lampo, un tuono e subito un violento temporale estivo. E io con quei maledetti tacchi alti, malgrado la piccola ma complicata medicazione che ancora non potevo eliminare dopo l'intervento della settimana prima. Ma perché caspita me li ero messi? Per piacerti, per rubarti lo sguardo quando ballavo e mentre camminavo. Ora ero proprio in crisi. Dovevo tornare a casa, non riuscivo a correre fino alla macchina, non potevo bagnare i piedi; il vento sferzante mi aveva già aggredito i capelli, ormai disfatti e appiccicati alla faccia.

Rabbiosa e quasi piangente, per non avere combinato nulla neppure con te, distratto e vago per tutta la serata, ti vedo arrivare correndo verso di me. Mi guardi, sorridi, ti chini, mi slacci i sandali, te li riallacci al passante dei jeans, ti giri, mi inviti ad abbracciarti il collo e a salire sulle tue spalle. Sorrido, mentre ti afferro le braccia da dietro, con un colpo di reni mi sollevo e stringo le gambe intorno alla tua vita. Parti in quarta, mi tieni stretta e percorri dall'interno il perimetro del tendone, attraversando la folla degli altri che bevono e ballano, fino a guadagnare l'uscita più vicina alla tua auto. Ci fermiamo di colpo. Mi chiedi se sono pronta e di corsa affronti l'acquazzone con me stupita e incredula sulle tue spalle. La pioggia è impetuosa, i nostri vestiti progressivamente si inzuppano, la mia bocca è appoggiata sul tuo collo e sento l'acqua fredda che ti gocciola dentro la camicia. Tu continui a correre, sembri non stancarti mai, poi il respiro diventa più pesante, salti tra fango e pozzanghere, continui ad ansimare e trovi la forza di dirmi «dai che ci siamo». Superi un mare di poltiglia, attraversi un cespuglio e ci siamo davvero. Lo capisco dalle frecce dell'auto che lampeggiano al richiamo del telecomando che hai prontamente estratto dalla tasca. Finalmente ci precipitiamo al riparo, dentro la macchina.

Insieme emettiamo un rumoroso respiro di sollievo e subito ci guardiamo. Ci sorridiamo. Verifichiamo un po' impacciati il disastro dei nostri vestiti. Siamo lì, forse increduli, sui sedili della tua auto, nel silenzio picchiettato dalla tempesta di pioggia sui vetri. E scoppiamo in una frizzante e complice risata. Mi chiedi poi se va tutto bene e ti dico certo, non potrebbe andare meglio. In quella corsa pazza sotto la pioggia hai conquistato a ogni passo il mio cuore e i miei pensieri sono impazziti di gioia. È stato istintivo baciarci. Un bacio lungo e dolcissimo che, da infreddoliti quali eravamo, ci ha fatto perdere nel calore acceso del desiderio ingovernabile. È stato appagante, poi, conoscere l'amore con te. Magica e irripetibile ogni situazione condivisa, nella volontà comune di darci gioia e continuo stupore. Tenerezza e pace. E sogni continui, allegri, articolati, segreti, protetti. Troppi forse mi sono sembrati questi sogni a un certo punto, perché poi, dopo mesi intensi e contenti, ho sentito il bisogno di tornare sulla terra.

Per dare ancora ascolto all'uomo che mi aveva inferto le sofferenze più grandi, che non mi aveva voluto più e che ora continuava a graffiarmi i pensieri. Mi cercava disperato e pentito. Pronto a pagare l'ipoteca del suo tradimento che aveva interrotto la nostra storia d'amore. Lui, violento e inopportuno, era all'improvviso precipitato tra di noi.

Ho voluto raccontarti ogni giorno e ogni ora dei miei anni con lui. Mi hai ascoltato per tante notti tenendomi abbracciata sul letto, sbucciando e offrendomi le banane, riscaldandomi con la tisana e scartando cioccolatini. Qualsiasi cosa purché io non accendessi una sigaretta dietro l'altra per placare l'inquietudine dei sentimenti contraddittori. Ti curavi del mio corpo e della mia anima insieme. Partecipavi attento ai miei dubbi, mi accarezzavi; generosamente cercavi di aiutarmi a capire chi di voi due io volessi davvero. Non mi hai lasciata però, hai lasciato che me ne andassi io, senza trattenermi. Volevo, risoluta, affrontare il mio passato per decidere seriamente se archiviarlo o riprendermelo. Non sarebbe stato onesto, secondo me, tenerlo lì in un cassetto che ogni tanto si apriva e mi turbava coi suoi contenuti di dolore e di amore interrotto.

Poi avevo deciso. Sarei tornata da lui. Lasciavo te. Te l'ho detto. La tua faccia era bagnata come la sera dell'inizio della nostra storia, ti guardavo e non capivo se vedevo lacrime o pioggia. Vivevo il tempo rarefatto in un solo unico istante, che comprendeva e confondeva in sé l'attimo in cui ti amavo per la prima volta e quello in cui ti perdevo per sempre. Hai sbagliato. Ho sbagliato. Non avremmo dovuto allontanarci neppure per un solo minuto. Tu eri certo che mi avresti perduta, se mi avessi fermata. Io sapevo che tra di noi si sarebbe inesorabilmente allargato un buco nero se non me ne fossi andata da te per vivere ancora con lui.

Subito dopo sono precipitata di nuovo nella sofferenza di un amore malsano, nei sentimenti fraintesi, nella fatica di trovarsi a volere quello che potrebbe essere.

Lui, l'avevo capito subito dopo averlo rivoluto, non era più l'uomo dei miei sogni: dopo di te lo vedevo banale, noioso e lamentoso. A volte mi facevo trascinare dalla mia volontà, rabbiosa ed esultante, di smentire il fato che aveva rinnegato l'eternità di quello che credevo amore. Bastava poco perché mi rendessi conto che non era stato il destino a mettersi tra me e lui, ma che era proprio lui stesso a non essere all'altezza della storia insieme costruita e insieme ripresa. Lui, lo stava capendo, non mi aveva cercata e voluta ancora perché sospinto dall'amore. Lui in realtà aveva avuto paura di vivere senza di me. Questo, percepivo ogni giorno con dolore quando avevo ripreso a stargli vicina. Sentivo che mi usava per acquietare le sue ansie e contemporaneamente lo vedevo incapace di occuparsi di me. Anzi di noi. Non c'era più niente che mi incantasse nel nostro ritrovarci insieme. Anzi. La mia gioia di vivere si dissolveva ogni momento più velocemente. La mia pelle si ribellava alle sue carezze e aveva nostalgia dei tuoi baci. Del tuo generoso costruire un mondo di intelligenti e vivaci emozioni.

Ma tu ora non ci sei più. Sei deluso da me. Ti ho ferito. Non mi vuoi più. Hai ragione. Sono sola. Non ho il coraggio e l'umiltà di tornare da te. E non riesco a desiderare nessuno, tranne te. Vivo immersa nel dolore della tua mancanza. Lo sento vivo; una presenza quasi rassicurante. Lascio che si impossessi di me quando mi sveglio e mi piace abbracciarlo prima di dormire. Vorrei riaverti tutto e mi faccio bastare questa tristezza straziante, che nutre il sentimento per te e a te mi unisce incessantemente. Forse un giorno questo dolore saprà raccogliere tutta l'energia repressa della mia volontà per raggiungerti ovunque tu sia. Intanto, caro amore mio, ti scrivo per dirti che finalmente non penso più all'uomo dei miei sogni. Preferisco aspettare l'unico capace di farmi sognare. Voglio te.

 

Commenti
Ritratto di michele lamacchia

michele lamacchia

Lun, 25/08/2014 - 18:38

Preso definitivo atto che il mio eventuale commento a “riscontro”, malgrado i ripetuti invii, sarebbe ancora una volta discriminato e messo da parte come la gran parte dei miei precedenti, mi astengo questa volta dal riscontrare nel merito la “letterina”. Anche al telefono, la gentile interlocutrice cui mi sono rivolto per ottenere qualche chiarimento mi ha voluto rassicurare che la colpa è delle macchine, dei programmi: nel mio caso hanno fatto miracoli, non solo hanno filtrato ma hanno persino fatto sparire qualche mio commento pubblicato. Difficile immaginare che le macchine, i programmi entrino anche nel merito. Prodigi della tecnologia avanzata. Immaginavo come possibile un vivace ma garbato scambio sul modello epistolare tra il lettore e l' autore/autrice. Ma forse non era quello che ci si aspettava in redazione o dintorni. Tentativi davvero frustranti, esito più che deludente. Non escluderei interferenze. Ma, comunque, da ridimensionare molte opinioni. Immaginavo che potesse essere un gioco, brillante, interessante, come si proponeva espressamente ai lettori al momento dell' avvio; ma, forse, era soltanto un facile solitario, magari da restare a guardare in silenzio o bofonchiando. Peccato.

Mariacarla

Mar, 26/08/2014 - 03:18

Come sempre, ho dovuto ricorrere all' aiuto per farmi leggere l'articolo e per capire. Ma, giunta faticosamente alla fine, devo dire, purtroppo, che raramente mi era occorso nella mia vita pur di così poche letture, di incappare in una sequela di simili inconcludenti e ripetuti fraseggi, di spremiture mentali meglio destinate a restare nell' intimità di un segreto Caro diario di un' adolescente confusa dei miei tempi andati. Certo, avrei potuto fare a meno di leggere, ma l' ho fatto per vedere sino a che punto possa spingersi una improntitudine inusitata e sono indignata se penso che oggi si argomenti così o si finga di argomentare così intorno a sentimenti come l' amore da parte di un' adulta, e si offra il tutto ai lettori evidentemente ritenuti tutti meritevoli di ingozzarsi scioccamente nel trogolo di tali melensaggini e stucchevolezze, sia pure a livello di finzione letteraria. Mariacarla.

EL AMOR BRUJO

Mar, 26/08/2014 - 14:22

Si potrebbe anche scrivere in forma di lettera per riempire un paio di fogli riuscendo, però, a inventarsi un personaggio meno scadente. Non dico moralmente (non sono moralista) ma sotto il profilo della consistenza. La donna che viene fuori dalla lettura e a cui si attribuiscono anche riflessioni di analisi mi dà di polistirolo, è un negativo a tutto tondo, irreale ed infantile anche nel suo genere bambolina. Di quelle sprovviste di un minimo di vera femminilità e costruite per annoiare in fretta persino il loro uomo ideale, soprattutto quello, direi; a meno che non si tratti di un altro condensato di futilità con il quale giocare a barattare inutilmente le medesime cose. Certi modelli umani si possono pure inventare e raccontare, ma solo rigorosamente al trapassato remoto e se, invece li si attualizzano, si scade di brutto, si bara, si mena il can per l' aia, si ciurla nel manico. Si abusa del lettore. Mi sono ricordata Pirandello del teatro dei miei tempi e dei suoi personaggi in cerca d' autore. Ho perso tempo a leggere, a causa della mia vista, ma ho trovato solo un autore in cerca di due personaggi veri, sia pure nel loro genere, e non li ha trovati. E si è accontentato di una analisi molto meno che epidermica, delimitata alle futilità assunte ai gradi superiori, mentre parlava di amore e ne fingeva malamente il turbamento. Grande assente: un poco di anima; che non si può surrogare con stucchevolezze da posa di fotoromanzo. Per donne della mia età (ma anche meno, immagino) indispettirsi è il minimo della reazione. Ma io conto poco, e allora, tralascio il resto. Già così, sarà difficile leggermi tra i commentatori. Anzi, ne dubito davvero.