La Catalogna va in carcere: manette per il governo ribelle

Eseguito l'arresto per il vicepresidente e sette ministri La procura: fermo internazionale per Puigdemont

Non sono bastate le ragioni, di cuore e di pancia, degli otto consiglieri catalani ribelli, chiamati, giovedì mattina, dal Tribunale Supremo di Spagna a spiegare la loro condotta riguardo al referendum illegale d'indipendenza, allo strappo con Madrid e, infine, all'auto-proclamazione di Repubblica di Catalogna. Il giudice dell'Audencia Nacional, Carmen Lamela, accogliendo la denuncia della Procura per ribellione, sedizione e malversazione di denaro pubblico, ha ordinato il carcere immediato, senza cauzione, per sette di loro, incluso l'ex vice presidente catalano Oriol Junqueras. Soltanto a Santi Vila, ex capo del dipartimento Impresa e Ricerca, i togati del Supremo hanno concesso una cauzione di 50 mila euro per evitare che le porte del carcere di Soto del Real, si aprissero anche per lui. «L'azione dei querelati è stata perfettamente pensata, progettata e organizzata per la causa dell'indipendenza, rifiutando per due anni il giudizio contrario della Corte Costituzionale», ha scritto il giudice Lamela nelle motivazioni della sua decisione.

Uno schiaffo a ciò che rimaneva del Govern, diventato in meno di un mese, un autogoverno ribelle che, dopo lo strappo, ha sempre chiesto di negoziare con l'esecutivo di Rajoy adottando il ricatto: «parliamone e non versiamo più l'Irpef» e «negoziamo o andiamo a Bruxelles». Così per trenta giorni, decine di manifestazioni pro e contro l'indipendenza. Poi, arrivati sul baratro dell'art.155 e la conseguente perdita dell'autonomia, la volontà di trattare per l'ennesima volta con la pistola sul tavolo, quando ormai la Generalitat di Puigdemont e Junqueras aveva osato troppo, andando oltre lo Stato di diritto. Prima l'approvazione di una legge anticostituzionale che vincolava il referendum «illegale» d'indipendenza al destino della regione autonoma, ormai considerata «ribelle» dalla magistratura superiore.

Poi, con la Dui, subito sospesa per vedere le reazioni di Madrid e, infine, il 28 ottobre con il voto a scrutinio segreto dell'Assemblea costituente da cui, un minuto dopo, sarebbe nata l'autoproclamata Repubblica di Catalogna. Contro le leggi, contro la Costituzione spagnola e contro l'Ue. Mentre la Procura si apprestava, lunedì scorso, a inviare gli avvisi di garanzia alla Generalitat ribelle che dal Palau, ora, dovrà traslocare al carcere di Soto del Real. Dove potrebbero varcare i cancelli anche l'ex president Carles Puigdemont e altri quattro consiglieri rifugiati a Bruxelles: è solo una questione di ore, perché il Procuratore Maza ha già presentato al Supremo la richiesta di un mandato d'arresto internazionale. Intanto Puigdemont deve versare in anticipo 6 milioni di euro come cauzione per l'istruzione del suo processo.

Inoltre, il pm ha chiesto, in attesa dell'udienza del 9 novembre, che l'ex presidentessa del Parlament, Carme Forcadell e gli altri cinque membri indagati per ribellione, siano sottoposti al controllo della polizia per timore di fuga. Il viaggio degli otto consiglieri più il vice presidente e altri undici membri di Generalitat e Parlament era iniziato all'alba di giovedì tra abbracci e lacrime, acclamati come eroi alla stazione ferroviaria di Saints dal fronte indipendentista che ora attende le sorti dell'ultimo ribelle, Puigdemont, ma che intanto grida in piazza con striscioni: «sono prigionieri politici». Lo stesso Puigdemont, dal Belgio, accusa: «Il governo catalano è in prigione per le proprie idee».

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