Rai, quel cavillo che uccide l'estro e il talento

Viviamo in un'Italia che ha paura delle differenze. Dalla Rai, sappiamo che siamo tutti artisti. Potrebbe essere un bel segnale. L'artista è una figura nobile, molto in linea con la tradizione italiana che ci ha consegnato così tante eccellenze artistiche da non sapere cosa farcene. Sappiamo che per la Rai fare un contratto a un artista rappresenta una convenienza, ovviamente per ridurre quell'arcipelago di contribuzioni che fa sparire il denaro in mille rivoli anziché lasciarlo nelle tasche degli interessati. Dunque, artisti e contenti, Rai compresa. E così in questo appellativo rientrano un po' tutti quelli che hanno bisogno di un contratto radiotelevisivo, dalla valletta al figurante, dall'intrattenitore alla costumista. «Vuoi essere artista? Io ti dichiaro artista». La Rai si può permettere questo tipo particolare di battesimo; ma c'è da chiedersi perché si doveva proprio usare la figura dell'artista per costruire questo contenitore tanto generoso. La risposta è drammatica: non si sa mai chi sia davvero un artista.

Uno scienziato se la passa meglio dell'artista, perché per dirsi scienziato, deve dimostrare qualcosa di oggettivo, di verificabile: se dice di aver scoperto la formula dell'eterna giovinezza, deve darne prova concreta, senza tante chiacchiere. L'artista non può dimostrare oggettivamente niente, fa i suoi quadri, scrive le sue poesie, suona la sua musica e si aspetta la benevolenza del pubblico o del critico che, comunque, non hanno strumenti oggettivi per esprimere un giudizio incontestabile. Caravaggio, Van Gogh sono stati spernacchiati in vita, e solo adesso dall'alto dei cieli sanno di essere stati veri artisti. La Rai, invece, con molta generosità, non aspetta la morte per assegnare il titolo di artista a chi si affaccia in viale Mazzini. Però un po' di rispetto, oltre alla generosità, dovrebbe anche dimostrarlo. Nel nostro Paese c'è chi si arrabatta per essere e vivere da artista, chi più, chi con meno talento, ma sempre con una caratteristica, quella di esprimere attraverso la propria opera un significato del mondo, della vita diverso da quello ordinario, normale, quotidiano. Diverso nel linguaggio, nei sentimenti, nelle visioni proposte. Se poi queste differenze siano o meno apprezzate o derise, come nel caso di Caravaggio o di Van Gogh, è un'altra questione. Ciò che è decisivo è la differenza nelle forme d'espressione rispetto a quelle consuete, a quelle che si usano normalmente tutti i giorni.

Anche la Rai, fondamentale istituto culturale dell'Italia, dovrebbe rispettare il valore della differenza, evitando uno sgradevole atteggiamento menefreghistico, che finisce per celebrare la morte dell'artista: infatti, se tutti sono artisti, nessuno è artista.