Le cento sfumature dell'inferno

Chi è morto nel rogo di Londra ha fatto la stessa fine di milioni di donne, uomini e bambini che nei secoli sono stati arsi vivi nei pagliai, nei villaggi e poi nelle case delle moderne città come Dresda, nei quartieri di Londra, di chi muore oggi ad Aleppo, ieri a Hiroshima, ovunque l'uomo abbia appiccato il fuoco, ovunque qualcuno abbia urlato: «Papà, ci sono fiamme dappertutto, per favore aiutami». Non c'è una morale da trarre da questi fatti, ma soltanto mummie annerite. Siamo stati provvisti del senso dell'orrore per il fuoco che non è diverso da quello di chi scopre di essere il bersaglio mobile per un assassino, accanito ma non accurato in un campo sportivo di Alexandria. Nel fumo di Londra l'odio non c'entra, ma resta egualmente la tossina più diffusa e protetta dei nostri tempi, esentati dal genocidio delle guerre mondiali. Oggi l'odio politico tracima nel preteso diritto ad annientare l'avversario. Lo abbiamo visto nel caso degli uomini di Trump presi a fucilate e lo ricordiamo in quel rancore derisorio ai tempi in cui Berlusconi restò seduto col naso sanguinante dopo aver ricevuto una madonna di ferro sul viso. Allora fu linciato sul web chi si permise di esprimere nausea per la pratica dell'annientamento. Il rogo di Londra è uno dei pochi orrori non generati dall'odio. Tuttavia la stretta al cuore che proviamo non sa ormai più distinguere tra le cento sfumature dell'inferno.