Centomila afghani in arrivo: sono nascosti nei boschi serbi

Dopo la chiusura del confine ungherese, sono accampati sulle montagne E si preparano a raggiungere Tarvisio in Friuli passando dall'Austria

La rotta balcanica è una silente polveriera. Nelle sue viscere scorre un fiume carsico, pronto a esplodere. Nei boschi della Serbia, bivacca un esercito da centomila disperati pronto a penetrare i confini e a riversarsi nel cuore dell'Europa.

Migliaia di occhi invisibili sono puntati sull'Italia, varco privilegiato, meta agognata, anello debole dove l'osmosi clandestina è più fluida e le maglie dei controlli sono più larghe. La road map è segnata e conduce dritto in Friuli-Venezia Giulia, porta d'ingresso privilegiata nel Paese da Nordest.

E l'ondata questa volta rischia di essere tanto incontenibile quanto imprevedibile. Lo dicono i numeri: negli ultimi mesi, gli accampati in Serbia sono passati da 25mila a 50mila, fino agli attuali 100mila. Il flusso non è costante, si interrompe, per poi riemergere, all'improvviso. È un magma umano, fatto di migranti per la maggior parte afghani e pakistani. «In questo momento ci sono almeno centomila afghani che vivono da settimane nei boschi della Serbia, non lontano dal confine con l'Ungheria - è l'allerta del prefetto di Gorizia, Vittorio Zappalorto -. Il governo serbo ha sotto controllo la situazione ma è chiaro che non può garantire il totale contenimento di queste persone. Se altri profughi, com'è probabile, dovessero aggiungersi, sarebbe impossibile contenerli tutti». Partono dai paesi d'origine, soprattutto da Afghanistan, Pakistan e Siria. Utilizzano la Serbia come snodo di passaggio e centro di smistamento. Se ne stanno accampati anche per mesi, nel buio delle montagne. Attendono nascosti il momento giusto per continuare il loro viaggio e riprendere la marcia stipati a bordo di tir, furgoncini e portabagagli di sedicenti passeur e trafficanti di uomini. Perfidi Caronte pronti a traghettarli nell'inferno, con la promessa del paradiso. Immaginato in quell'Italia dove è più facile ottenere asilo, dove ci vogliono otto mesi per il vaglio della richiesta di protezione internazionale, e dove a chi non la ottiene basta presentare ricorso a spese dello Stato per allungare la permanenza di quattro anni in attesa del verdetto del tribunale.

Altro che il muro anti profughi dell'Ungheria, dice Zappalorto: «Servirà a ben poco - avverte -. Non è con un muro che si contiene la determinazione di un popolo di migrare. Una strada alternativa all'Ungheria la trova facilmente. Siamo tutti coscienti dell'entità del fenomeno dei Balcani e le strategie di contrasto offrono ai migranti sempre meno occasioni per varcare i confini. Per questo i si accampano in Serbia. Attendono di riprendere il viaggio».Da qui, puntano diritto al valico di Coccau, raggiungono il Friuli passando per l'Austria. La stessa che è sempre di più un lasciapassare che una barriera, e a cui costa meno caricare i profughi su un treno per Tarvisio che prendersene carico nella rete di accoglienza. E se quella che un tempo era una perla del turismo invernale ora è faticosamente presidiata da forze dell'ordine aggregate anche dal Veneto, sono le frontiere di Gorizia, Cividale del Friuli e Trieste quelle più battute dai passeur . Che conoscono ogni falla aperta del sistema di vigilanza. Con un ritmo tra i cinquanta e i cento ingressi quotidiani il territorio è al collasso e nei mesi si è trasformato nella piccola Lampedusa del nord. Quel nord da cui l'Isis ha annunciato che si prenderà Roma. Intanto, il Ramadan è finito. Così come la tregua. Le forze dell'ordine si preparano a una nuova emergenza. E la minuta regione a Nordest trema. Consapevole di essere un colabrodo e di avere un territorio che si presta, pure troppo, agli ingressi clandestini. E gli «scafisti di terra», organizzatissimi, sono lì, in agguato, pronti a fare la loro parte.