Via al cessate il fuoco in Siria C'è l'accordo governo-ribelli

Stop da mezzanotte. Putin avverte: «La tregua è fragile» Isis e Al Nusra non firmano. Colloqui di pace tra un mese

Gian Micalessin

La tregua è fragile, anzi fragilissima e Vladimir Putin lo ripete a ogni piè sospinto. «Come si può facilmente comprendere, tutti questi accordi sono molto fragili, richiedono una speciale attenzione, molta pazienza ed un costante contatto con i partner» spiega, ieri, il presidente russo annunciando ufficialmente gli accordi per una possibile pax siriana. La prudenza cela però una novità senza precedenti. In cinque anni di guerra scanditi dalle incerte trattative dell'Onu non si era mai arrivati a immaginare un negoziato di pace. Ora quell'opzione ha una possibile data d'inizio e modalità precise. Se il cessate il fuoco, pronto a scattare già quest'oggi con la regia di Mosca e Ankara, reggerà, a fine gennaio, scatteranno i colloqui di pace ospitati nella capitale kazaka Astana.

Putin ha annunciato la firma di tre documenti sottoscritti anche dal governo di Bashar Assad. Il primo riguarda il cessate il fuoco, il secondo «un pacchetto di misure per gestirlo» e il terzo «una dichiarazione di disponibilità ad avviare i colloqui di pace». Il vero punto interrogativo riguarda però i protagonisti dei colloqui. Se Russia e Turchia saranno - assieme all'Iran - i padrini del negoziato chi si contrapporrà alla delegazione di Damasco? Da questo punto di vista l'unica certezza è l'esclusione dal cessate il fuoco e dalle future trattative, dello Stato Islamico e di Jabat Al Nusra, la costola siriana di Al Qaida ribattezzata Jabhat Fateh al Sham. Secondo il ministro della difesa russo Sergei Shoighu tregua e negoziati coinvolgeranno almeno sette gruppi ribelli definiti «non terroristi» e 62mila militanti armati. La rosa dei gruppi «non terroristi» - definita nei colloqui trilaterali tra Ankara, Teheran e Mosca comprenderebbe anche formazioni di chiara ispirazione jihadista e salafita come la coalizione di Ahrar Al Sham appoggiata e finanziata da Arabia Saudita e Qatar.

La seconda incognita riguarda la piattaforma politica della trattativa. Le fonti russe escludono qualsiasi ipotesi di partizione della Siria ventilata in passato dagli analisti americani. Secondo altre fonti Mosca e Ankara si sarebbero, però, accordate sulla trasformazione della Siria in uno stato federale che veda rappresentate le zone sunnite più legate alle fazioni ribelli, le aree governative e le regioni curde. Ma proprio quest'ultimo punto potrebbe vedere la netta contrarietà di Ankara. Dietro la decisione turca d'abbandonare al proprio destino i ribelli c'è l'accordo segreto con Damasco, mediato da Mosca, che ha permesso all'esercito turco di entrare nei territori settentrionalI della Siria e contenere l'espansione delle formazioni curde legate al Pkk turco. Una seconda incognita riguarda il periodo di transizione successivo alla firma degli accordi di pace. La soluzione concordata da Mosca e Ankara assieme a Damasco e Teheran prevede la permanenza al potere di Bashar Assad in vista di un'elezione destinata a designare, nell'arco di qualche anno, un nuovo presidente che però resterebbe espressione, al pari di Assad, della minoranza alawita.

La terza incognita riguarda l'eventuale partecipazione di Washington ai colloqui di pace. Visti come il fumo negli occhi sia dai russi, che li considerano i veri padrini politici dei ribelli, sia da Ankara, che li accusa di appoggiare le milizie curde, gli Stati Uniti resteranno fuori dai giochi fino all'uscita di scena di Obama. Ma il loro ruolo potrebbe venir ridiscusso dopo il 20 gennaio, subito dopo l'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.