Quelli che il calcio dopo il fischio finale diventa un nemico

Una ricerca sul dopo-carriera dei giocatori professionisti: 3 su 4 vogliono fare gli allenatori ma soltano uno su dieci ci riesce

Per gli ex calciatori il pallone non è più l'oggetto dei desideri, ma un nemico terribile che ti volta le spalle e non vuole saperne di riaccoglierti nel suo mondo. È quanto emerge dall'analisi sul dopo-carriera dei giocatori professionisti realizzata da Aic Onlus-Studio Ghiretti e intitolata bonariamente «Fine primo tempo». In realtà siamo ai titoli di coda, come spiega l'avvocato Fabio G. Poli, segretario generale dell'Aic Onlus.

Il suo è un grido d'allarme: «Il 75 per cento dei calciatori pensa di fare l'allenatore al termine dell'attività agonistica, ma solo il 10 per cento ci è riuscito stabilmente per almeno tre anni. È un dato preoccupante perché mostra come siano carenti le alternative in seguito a una serie di ragioni formative e culturali». A fare tesoro di questa ricerca dovrebbero essere in particolare i giocatori delle serie minori, che non hanno avuto la fortuna di realizzare guadagni importanti e di garantirsi quindi un avvenire. Il problema si pone solo marginalmente, e quasi sempre sul piano puramente psicologico, per chi invece ha ottenuto ingaggi milionari e ne ha fatto buon uso, ma non riesce ad avventurarsi in altri campi.

La prima parte dell'indagine («Che fine hanno fatto?») racconta che il 75 per cento dei 2.611 calciatori in attività nella stagione 1992-'93 ha acquisito un diploma abilitante a restare nel circuito e che fra questi il 97,5 per cento ha ottenuto il patentino di allenatore. La panchina come obbiettivo. Ma appena il 10 per cento è riuscito a lavorare continuativamente nel mondo professionistico negli ultimi tre anni con un picco del 16,1 per cento raggiunto nella stagione appena conclusa: 6,70 per cento in serie A, 3,83 per cento in serie B, 5,52 per cento in Lega Pro. Ancora più drammatica la constatazione che il 61,4 per cento degli atleti presi in esame non lavora a nessun livello nel calcio indipendentemente dall'aver raggiunto o meno un titolo qualificante.

A dispetto di questa realtà, il 75,8 per cento dei calciatori in campo nell'ultima stagione vorrebbe rimanere a fine carriera nel mondo del pallone al punto che solo in pochi pensano di intraprendere altre strade in caso di fallimento. È il dato più eclatante che emerge dalla seconda parte dell'indagine: «Cosa vuoi fare da grande?». C'è però un buon 32 per cento che si dichiara preoccupato del futuro. E la considerazione ci sta tutta in relazione alla riduzione dei club professionistici, delle rose, quindi dell'offerta.

Insomma, il mercato si restringe. La Federcalcio dovrebbe rendere più arduo il conseguimento dell'abilitazione ad allenare che crea false aspettative e disoccupati in quantità. Ci sono tecnici che lavorano a rimborso-spese pur di occupare una panchina, avere un minimo di immagine, restare comunque nel giro.

Per questa serie di ragioni la quasi totalità degli interpellati guarda sempre di più al domani e riconosce la validità dei corsi di orientamento professionali promossi dall'Aic, l'Associazione Italiana Calciatori, e giunti al quinto anno consecutivo. Non a caso chi immagina il proprio futuro fuori dal calcio non sa darsi una risposta per mancanza di competenze. Per molti il recinto del pallone rappresenta un limite mentalmente invalicabile.

Degli ex calciatori, pochi in verità, che hanno intrapreso una «seconda vita» lontano dal calcio, la parte più rilevante si è rivolta a imprenditoria (come Davide Fontolan, ex Inter, che oggi produce vini o Antonio Benarrivo, ex Parma, nell'edilizia), commercio e ristorazione. C'è poi chi s'è dedicato alla politica e all'associazionismo. Una oligarchia ha preferito cercare opportunità all'estero.