Chi ha insegnato l'omertà agli amici del ragazzo caduto?

Un sospetto fastidioso si fa largo in mezzo agli altri mille pensieri fastidiosi di cui si compone, normalmente, la nostra giornata. Il sospetto è questo: ci sono cose che non sapremo mai, cose sulle quali nessuno riuscirà mai a fare luce.

Sono i Racconti Impossibili, del cui silenzio (...)

(...) assordante è piena la nostra vita.

La morte del povero studente Domenico Maurantonio, diciannove anni, di Padova, giunto a Milano in gita scolastica per visitare l'Expo e poi precipitato, la notte del 10 maggio, dal quinto piano dell'Hotel Leonardo, è uno di questi racconti impossibili, su cui è difficile che possa scendere la luce giusta: quella, intendo, della giustizia.

Una testimonianza controversa parla di ubriacatura «da fare schifo», di studenti che defecano lungo i corridoi dell'albergo e di un ragazzo che «vola giù» dopo essersi seduto nudo sul davanzale della finestra facendosi reggere dai compagni.

Potrebbe essere andata così: mettiamo che uno di questi compagni, ubriaco anche lui, e sufficientemente stupido - come non si può non essere in una situazione come quella - abbia lasciato la presa, così, senza nessuna ragione, tanto per fare. Un raptus, misto alla confusa persuasione che nulla può realmente succedere.

Il poveretto potrebbe anche avere perso l'equilibrio da solo, naturalmente. Potrebbe essersi convinto, dopo aver fumato, che l'uomo può volare. Potrebbero essere successe tante cose.

Il fatto è che forse noi non sapremo niente di tutto questo. Sappiamo soltanto che è successo, che mentre si scatenava l'orgia i loro professori dormivano (io sarei stato sicuramente uno di loro) e che i ragazzi, adesso, non parlano. Fin dal primo giorno la parola che circola sul loro conto è: omertà.

La parola omertà rinvia a scenari di mafia. Un silenzio imposto col terrore: chi parla è un uomo morto. Qualcosa del genere potrebbe essere successo anche tra i compagni di Domenico, in fondo non sarebbe una cosa così strana. Un patto di sangue, insomma. Ma con un barlume di ragione. A chi, infatti, dovrebbero o potrebbero raccontare questa storia?

Loro stessi, è cosa sicura, non saprebbero raccontarla. Qualcuno - la polizia, i giornalisti - prenderebbe i loro pezzetti confusi e vergognosi di racconto, le loro memorie alcoliche, e poi? A chi affidare la ricostruzione degli eventi in un mondo in cui nessuno sa ricostruire nulla?

Mafiosi, ok. Chi sa e non dice è sempre un po' mafioso. Ma a me sembra che nessuno abbia tutta questa voglia di sapere: dopo undici giorni, per esempio, ci si aspettava che gli inquirenti facessero qualche passetto in più.

Del resto, il racconto di questa tragedia, chi è in grado di scriverlo? Uno psicologo? Un criminologo? Un sociologo? Un giallista? Per favore: non siamo mica a Criminal minds . Questa vicenda è davvero un immenso groviglio: troppo intricato per rendersi leggibile. Per questo dico: è probabile che non sapremo mai quello che è veramente successo.

Una forma endemica di disprezzo, che serpeggia nelle budella delle generazioni più vecchie, e fa puntualmente la sua comparsa anche nell'informazione, porta alcuni cronisti a fare le solite osservazioni sarcastiche, del tipo: «… dopo di che se ne sono andati tutti a dormire, come se niente fosse… ».

C'è la voglia di sentirsi a posto, mi pare: i giovani o sono le nostre tristi fotocopie o sono criminali, incapaci di riflettere su nulla, privi sia pure della più elementare forma di coscienza. Ma non è così.

Forse noi - parlo di noi che abbiamo dai quarant'anni in su - non ci rendiamo conto dell'abisso di solitudine in cui sono precipitati tanti nostri figli a causa del nostro modo di vivere, a causa delle nostre scelte: dal modo in cui impostiamo i rapporti tra marito e moglie, dalla nostra idea di cosa sia l'amore fino alle conseguenze di tutto questo.

Non abbiamo ancora visto compiersi la parabola di una cultura che, pur riempiendosi la bocca di diritti, considera l'uomo come una pezza da piedi. Perché così siamo diventati. E parlo di noi, non dei nostri ragazzi.