Ma chi perde tempo a laurearsi certi lavori se li sogna

Molto dipende dalla facoltà: a Ingegneria il voto conta poco

iIl ministro Poletti, che si occupa del Lavoro, ha dato un consiglio ai giovani italiani: sbrigatevi a laurearvi. Perché è inutile perdersi in esami cesellati, libri studiati alla perfezione, bei voti guadagnati col sudore della fronte e i soldi di mamma e papà, per uscire poi dall'università con un 110 e lode, ma un'età che non lo rende più spendibile sul mercato del lavoro. Specialmente a livello internazionale. Insomma, uno a 28-29 anni non è nemmeno un «neolaureato».

È laureato e basta, ma del neo ha perso le caratteristiche: «Meglio un 97 a 21 anni piuttosto che un 110 e lode a 28». In linea generale, si potrebbe anche pensare che sia vero. A 28 o 29 anni è un po' tardi per sfidare i ventenni, si è ormai quasi nei trenta; e anche riuscire a rispettare i termini previsti è una dote. Però il ministro, che pure si occupa di Lavoro, non considera una dettaglio: non tutti i lavori sono uguali. E nemmeno tutte le lauree. Quindi, per fare un esempio: se un ragazzo o una ragazza si laurea in Ingegneria, o Informatica, il voto conta - tendenzialmente - meno, soprattutto rispetto al tempo impiegato a conseguire il titolo. Insomma è molto più importante laurearsi, e farlo in fretta, che ottenere il massimo dei voti: perché la concorrenza è spietata; perché molte conoscenze si affinano soprattutto sul campo, una volta entrati in azienda; perché l'importante è, soprattutto, entrarci, nell'azienda. Di fronte a due laureati in Ingegneria elettronica, un direttore del personale tenderà a privilegiare il più giovane.

Perché quello che conta è la grinta, è avercela fatta.Il discorso è diverso per una laurea di tipo umanistico. Come è noto, già di per sé non spalanca le porte del lavoro. Già di per sé è considerata, in qualche modo, per persone non proprio pigre o nullafacenti ma, insomma, un po' flaneur (per essere gentili). Ora, se il laureato non si presenta neppure con il massimo dei voti, che cosa penserà il direttore del personale di cui sopra? Che avrà scelto un corso di studi che si intraprende, di solito, per passione, ma che non si sia appassionato poi troppo. Figuriamoci quanto attaccamento mostrerà al lavoro. Anche se il direttore del personale, caro ministro, privilegerà un curriculum che lei forse non avrà voluto citare, per non incorrere nelle accuse di classismo e snobismo e meritocrazia spinta che toccano a chiunque sfiori l'argomento: quello dello studente che si è laureato con 110 e lode, negli anni previsti...