Cina, la grande parata per mostrare i muscoli e nascondere i guai

Pechino celebra i 70 anni dalla vittoria contro l'aggressione giapponese. E insabbia così la crisi economica e le fratture interne al partito unico

La grandiosa parata militare – 12.000 soldati, armi finora mai apparse in pubblico, 200 aerei – con cui Pechino celebra oggi il 70° anniversario della «vittoria della resistenza del popolo cinese contro l'aggressione giapponese e nella guerra antifascista» era programmata da molto tempo, ma non avrebbe potuto cadere in un momento più opportuno per il presidente Xi. Gli servirà nello stesso tempo per distrarre la popolazione dalle difficoltà dell'economia e della Borsa, per mettere un argine alle crescenti critiche al suo operato provenienti dall'interno del partito e per inviare a Giappone e Stati Uniti il segnale che la Cina è diventata una grande potenza militare, sempre più decisa a perseguire le sue ambizioni egemoniche nell'Asia orientale. Se tutto andrà per il verso giusto, si passerà sopra anche sul fatto che l'anniversario è una specie di falso storico – denunciato addirittura dall' Economist con una storia di copertina – nel senso che a sconfiggere i giapponesi non sono stati i comunisti agli ordini di Mao, che durante la lunga guerra hanno avuto un ruolo secondario – ma i loro irreducibili nemici – i nazionalisti di Chang- Kai Scek, poi sconfitti e cacciati a Taiwan nel 1949 dopo quattro anni di guerra civile. Per dare credito alla sua versione, Xi ha addirittura ordinato che in una rievocazione cinematografica della seconda guerra mondiale Mao prendesse il posto di Chang-Kai Scek come rappresentante della Cina alla conferenza del Cairo e inondato le televisioni di decine di telefilm che celebrano presunti atti di eroismo di esponenti comunisti contro il nemico giapponese. Ma la superparata dovrebbe servire a Xi soprattutto sul piano interno. Il presidente, che due anni fa ha assunto il potere con grandi ambizioni, assumendosi anche nuove responsabilità, è in evidenti difficoltà, sia economiche, sia politiche. Il rallentamento della prodigiosa crescita, che in trent'anni aveva moltiplicato il Pil di 26 volte, sottratto 600 milioni di cittadini alla povertà e trasformato la Cina nella maggior potenza economica mondiale, era in parte nell'ordine naturale delle cose, ma è anche la conseguenza di una serie di errori del regime. Ci sono stati colpevoli ritardi nello smantellamento dell'industria pubblica, in buona parte parassitaria; la trasformazione di una economia basata sugli investimenti in una basata sui consumi, inevitabile nell'attuale congiuntura mondiale, ha subito troppi intoppi; i servizi pubblici, e in particolare la previdenza, l'assistenza sanitaria e la pubblica istruzione sono in enorme ritardo rispetto agli altri grandi Paesi industriali e la crisi demografica dovuta alla sciagurata politica del figlio unico comincia a mordere. Perfino il crollo verticale della Borsa, che ha suscitato il panico del mondo intero, è stata in parte dovuta all'invito delle autorità ad acquistare sempre più azioni, anche con danaro preso a prestito; e quando la bolla è scoppiata, le autorità hanno reagito in maniera caotica, obbligando le industrie di Stato ad acquistare titoli sopravvalutati, ordinando alla stampa di regime di ignorare l'avvenimento, arrestando 197 persone per aggiotaggio e facendo addirittura confessare in tv a un famoso giornalista di avere provocato con i suoi articoli «panico e disordine».

Nonostante alcune mosse sensate, come la svalutazione dello yuan, il taglio del tasso di sconto e una specie di quantitative easing alla cinese, molti osservatori hanno accusato le autorità cinesi di «dilettantismo» per la loro incapacità di gestire un processo recessivo. Ci si chiede ora quali ripercussioni la crisi economica potrà avere sul quadro politico. La Cina ha ormai raggiuto quel grado di reddito pro capite e di sviluppo della classe media in cui altri Paesi asiatici, dalla Corea del Sud a Taiwan, sono passati dall'autocrazia alla democrazia. Per ora, nessuno si aspetta uno scenario simile, anche se, dopo Tienanmen, è stata la crescita economica a fornire la principale legittimazione al regime totalitario, ma non si possono escludere ripercussioni sulla stabilità sociale. Ad aggravare la situazione, c'è lo scontro di Xi con una fetta importante del partito, dovuta alla sua dura campagna contro la corruzione. Egli ha già fatto fuori personaggi come Zhou Jong Kang, già capo della sicurezza interna, Ling Jihua, braccio destro del suo predecessore Hu Jintao e Zhou Benshon, capo del partito nell'Hebei, oltre a circa centomila funzionari minori. Tutti costoro hanno agganci a vari livelli del partito, e – specie se l'economia continuasse a perdere colpi e il tentativo di sostituire la prosperità con il nazionalismo non dovesse riuscire - cercheranno di fargliela pagare. Per Xi, il successo della parata odierna è perciò di vitale importanza. Le premesse non sono tutte incoraggianti: tra gli ospiti ci sarà Putin, ma mancheranno i capi di Stato e di governo di varie altre nazioni del Pacifico vittime dell'imperialismo giapponese e gli occidentali saranno rappresentati a basso livello. Lo spettacolo sarà egualmente grandioso, l'impatto mondiale considerevole, ma non si sa quanto duraturo.

Commenti
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gzorzi

Gio, 03/09/2015 - 09:39

Sempre che i missili e altro non siano di cartone.

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stock47

Gio, 03/09/2015 - 19:50

Una parata pericolosa e controproducente. In pratica un aperta minaccia al Giapone attuale. Il Giappone non è più quello di prima ma, se deve, può ridiventare pericoloso ben più di prima. I giapponesi non mostrano niente, agiscono al momento e al giusto tempo, continuare a provocarli può causare il disastro, prima o poi. A causa della Cina già si stanno riarmando e questo la dice tutta. Hanno un potenziale economico, scientifico, organizzativo e di dovere alla Patria che non ha eguale nel Mondo. I cinesi sono andati a stuzzicare un pericoloso vespaio.