Collocamento, in vista 3mila assunzioni

Meno soldi per i disoccupati, aumenti di organico per i Centri per l'impiego

Roma Assegni meno consistenti per i disoccupati, più soldi ai Centri dell'impiego. Gli eredi dei vecchi uffici di collocamento che hanno sempre funzionato poco, ma che con la prossima manovra potrebbero ritrovarsi con 3.000 assunzioni tra precari stabilizzati e nuovi dipendenti. Sembra tanto una mancia elettorale una delle «politiche attive» per il lavoro che il governo starebbe per inserire nella Legge di Bilancio. Oltre al taglio dei contributi per i neoassunti, il governo sta infatti studiando un intervento sul cosiddetto assegno di ricollocazione.

È uno strumento previsto dal Jobs Act che ricalca alcune buone pratiche per l'occupazione. In particolare quello made in Lombardia della Dote unica lavoro. Si tratta di un bonus per chi percepisce l'indennità di disoccupazione da spendere in formazione o presso le agenzie per l'impiego, pubbliche o private, che lo possono incassare solo quando hanno trovato un lavoro al disoccupato.

La versione nazionale è decisamente farraginosa. L'accesso al bonus è subordinato a requisiti restrittivi e a una platea delimitata. Nei primi mesi sono state presentate appena 3.000 domande. I lavoratori temono di non avere diritto, oppure di perdere il diritto alla Naspi, il nuovo sussidio di disoccupazione. Il governo, invece di modificarlo, avrebbe quindi deciso di cancellarlo, limitandolo l'assegno ai lavoratori di aziende in crisi.

Una stretta che serve solo a fare cassa, spiega una fonte della maggioranza. Un errore, commenta Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato, ministro dei governi Berlusconi. «Il flop era scontato, l'assegno può funzionare solo se è sistemico», ma è giusto il principio di dare al disoccupato la possibilità di scegliere la migliore soluzione.

La stretta è, non a caso, accompagnata da una novità che riguarda i Centri per l'impiego. Incalzati dalla «concorrenza» delle agenzie private e, messi a rischio dalla abolizione delle Province, visto che le Regioni non li vogliono dovrebbero essere statalizzati. Con tanto di assunzione di 3.000 persone tra nuovi dipendenti e precari da stabilizzare. Per un caso del destino, lo stesso numero dei pochi hanno aderito all'assegno. Assunzioni e finanziamenti in vista anche per l'Anpal, l'Agenzia nazionale per le politiche attive creata con il Jobs Act.

Una strada sbagliata, l'opposto dell'esperienza lombarda, spiega Valentina Aprea, assessore all'Istruzione e Welfare della giunta guidata da Roberto Maroni. «L'assegno andrebbe corretto, ma non in questa direzione». Meglio adottare il modello lombardo, spiega l'esponente di Forza Italia. Intanto la Dote unica lavoro è uno strumento universale. Tutti possono richiederlo e ha il pregio di mettere in concorrenza le agenzie pubbliche con quelle private. «Grazie alla Dote hanno trovato lavoro più di 60 mila lombardi». Al governo, evidentemente, le buone pratiche non interessano. E sopravvive a convinzione che lo Stato riesca a trovare lavoro ai disoccupati meglio di quanto facciano i privati. Contro ogni evidenza.

Commenti

jaguar

Mar, 05/09/2017 - 09:31

Ma se i centri per l'impiego non hanno mai funzionato come dovrebbero, perché aumentarne i dipendenti?

Ritratto di liberopensiero77

liberopensiero77

Mar, 05/09/2017 - 09:31

Il Sud Italia non è la Lombardia, sotto vari aspetti. Il rischio di creazione di fenomeni corruttivi e criminali legati alla ricerca del posto di lavoro (della serie "guagliò, dammi 'a mazzetta, che 'o lavoro t'ò trovo io ...), sarebbe molto alto. Penso che uffici statali, gestiti da personale già collaudato, opportunamente incentivato da premi legati al concreto reperimento di posti di lavoro stabili, siano preferibili ad un sistema gestito dai privati, almeno in Regioni come la Campania, la Sicilia, la Calabria e la Puglia.