La conferma del governo: in Libia «solo se autorizzati»

Il ministro Pinotti precisa che attenderemo il via dell'Onu e dei libici prima di unirci agli alleati in azioni militari

Gian Maria De FrancescoRoma L'Italia non ha alcuna intenzione di intraprendere iniziative unilaterali in Libia. Detto in maniera ancor più semplice, il governo Renzi non ha intenzione di spalleggiare né gli Stati Uniti né la Francia né la Gran Bretagna nelle azioni militari di contrasto all'Isis se queste non verranno autorizzate dall'Onu e, soprattutto, se non vi sarà un pronunciamento della politica locale. Il via libera ai droni armati americani dalla base di Sigonella «riguarda solo profili difensivi del personale» e il loro uso è «di volta in volta discusso ed autorizzato da noi», ha dichiarato ieri al question time il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. In questo modo Roma è sempre più o meno informata di ciò che intende fare Washington senza avere un diretto coinvolgimento militare, ma consentendo agli Usa di risparmiare energie, visto che l'ultimo raid su Sabratha era partito dalla Gran Bretagna. «Fin dall'inizio siamo parte di una coalizione internazionale e sosteniamo con altrettanta determinazione il punto di vista nazionale, che mira al coinvolgimento diretto della popolazione locale nella lotta al terrorismo, fondamentale per la riuscita dell'azione», ha concluso prudentemente il ministro. L'assenso italiano al potenziamento Usa di Sigonella in termini di effettivi, ha spiegato, è stato concesso «in modo da soddisfare le esigenze di proteggere meglio i loro cittadini in tutta l'area del Nord Africa».Quello che Pinotti non può dire, anche per non creare ingiustificati allarmismi, lo ha rivelato il vicepresidente della Camera, il grillino Luigi Di Maio su Twitter. «Compito delle istituzioni è difendere il popolo italiano. Far decollare droni Usa dal nostro territorio ci rende bersaglio per ritorsioni», ha scritto. Il rischio di un'intensificazione della minaccia terroristica esiste, ma gli interessi italiani in Libia (a partire da Eni) sono troppo importanti per abbandonare il campo. L'esecutivo, però, è fermo da mesi alle parafrasi, quasi a voler nascondere le proprie intenzioni.«È difficile immaginare un intervento militare in Libia ora che si può chiudere il negoziato su un governo unitario a Tripoli», ha ripetuto ieri il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, mentre il suo collega della Farnesina Paolo Gentiloni ha specificato che «l'Italia sta coordinando gli sforzi per rispondere alle richieste del nuovo governo libico sul terreno della sicurezza». Il ministro degli Esteri, però, ha precisato che «nonostante il nuovo rinvio, si è manifestata una schiacciante maggioranza nel parlamento di Tobruk a favore del governo di coalizione» e su questo punterà la comunità internazionale. La strategia, pertanto, è quella del wait and see.L'ambasciatore libico a Roma, d'altronde, ha chiesto rispetto della sovranità del popolo, lodando l'attendismo italiano. Un intervento militare vissuto dalle popolazioni come ostile, purtroppo, farebbe il gioco dell'Isis in quanto coalizzerebbe tutte le forze in campo contro gli «invasori». Matteo Renzi sembra averlo compreso e sta giocando di sponda con Tobruk e Tripoli sperando che si formi il tanto atteso governo di coalizione che, a quel punto, potrebbe chiedere l'aiuto Onu contro le azioni di Daesh. «Serve un interlocutore», ha sintetizzato ieri Gentiloni. In tal caso, l'intervento sarebbe giustificato così come la concentrazione dei contingenti su singole regioni del Paese, consentendo all'Italia di tutelare i propri interessi in Tripolitania.