Le confidenze dell'allora neosegretario Pd al generale amico svelano le trame del rottamatore per la scalata a Palazzo Chigi, poi riuscita a febbraio del 2014

RomaSolo ora si capisce che cosa c'era dietro il gelo della «cerimonia della campanella» del 22 febbraio 2014, quella in cui un cupo Enrico Letta passò le consegne al nuovo premier Matteo Renzi, senza mai guardarlo negli occhi.

«Lui non è capace - diceva un mese prima l'attuale capo del governo al comandante interregionale della Guardia di finanza Michele Adinolfi, in una telefonata intercettata e pubblicata in prima pagina da Il Fatto quotidiano - non è cattivo, non è proprio capace. E quindi... però l'alternativa è governarlo da fuori...».

Renzi si riferisce a Letta, naturalmente, e concorda con il generale che «sarebbe perfetto» per il Quirinale. Ma di mezzo c'è l'età, perché ha 46 anni e un presidente della Repubblica deve averne almeno 50. «L'unico problema - dice il leader Pd- è che... bisogna aspettare agosto del 2016. Quell'altro non c'arriva, capito? Me l'ha già detto». Qui si tratta di Giorgio Napolitano, chiamato «il numero uno», che «vuole andar via» ed è contrario a favorire la staffetta. La proposta verrà rifiutata da Letta, che non si fida, e tutto salta.

In questa clamorosa telefonata dell'11 gennaio 2014, giorno in cui Renzi compie 39 anni, i carabinieri del Noe di Roma ascoltano i due perché Adinolfi in quel momento è indagato (poi ci sarà l'archiviazione) e intercettato dal pm di Napoli Henry John Woodcock, per una presunta fuga di notizie, nell'inchiesta sulla Cpl Concordia per la metanizzazione di Ischia che ha portato all'arresto del sindaco Pd Ferrandino. Il «rottamatore» è amico di Adinolfi che alle 9 e 11 lo chiama sul suo cellulare (intestato alla fondazione Big Bang) per fargli gli auguri. Sono tanto in intimità che, tra battute sul calcio, Renzi gli rivela il piano che sta seguendo e si sbilancia nel suo pesante giudizio su Letta, precisando che Silvio Berlusconi, al contrario di Napolitano, sarebbe d'accordo sull'ipotesi di offrire a Letta il Quirinale, perché si faccia da parte senza troppe storie. Una contropartita.

«Cosa penso delle frasi e dei comportamenti di #Renzi rivelati dal fattoquotidiano oggi? Si commentano da soli», è il commento aspro su Twitter dell'ex premier definito «incapace». Letta non dice altro e il suo silenzio è carico di risentimento.

Le intercettazioni pubblicate dal Fatto fanno parte del voluminoso materiale trasferito per competenza dal tribunale del Riesame di Napoli alla procura di Modena. «Non hanno alcuna rilevanza penale - precisa il procuratore aggiunto reggente di Modena, Lucia Musti - né tantomeno riguardano l'inchiesta sulla metanizzazione d'Ischia della quale ci occupiamo». Però, nessuno ha stralciato ciò che non serviva, né sono stati messi degli omissis nelle 500 pagine del rapporto finale, trasferito per intero e a disposizione delle parti senza più alcun segreto. «Con gli atti - spiega la Musti- è stata inviata un'informativa conclusiva dei carabinieri, nella quale si dava contezza della complessiva attività investigativa svolta e, dunque, anche delle intercettazioni effettuate che, a volte, vengono registrate al fine di assicurare la continuità anche se non hanno rilevanza penale». Forse, adesso che ne è diventato vittima pure lui, Renzi farà presto la riforma contro l'abuso delle intercettazioni.

È il giorno, del 2014, in cui l'allora segretario del Pd Matteo Renzi lancia su Twitter l'hashtag #enricostaisereno, per tranquillizzare il premier rispetto ai boatos che dicono che lui sta per silurarlo. La telefonata intercettata tra Renzi e Adinolfi è dell'11 gennaio

È il giorno, del 2014, in cui Enrico Letta, altro che «staisereno», presenta le dimissioni da Palazzo Chigi. A sfiduciarlo, costringendolo di fatto alla resa, è la direzione del suo partito, il Pd, il cui segretario, Matteo Renzi, è pronto a prendere il suo posto

Sono i giorni di Enrico Letta presidente del Consiglio. Il governo Letta, arrivato dopo quello guidato da Mario Monti, è cominciato il 28 aprile del 2013 e si è concluso ufficialmente il 22 febbraio del 2014, col passaggio di consegne tra Letta e Matteo Renzi

Sono le volte da ministro di Enrico Letta, senza contare l'interim di poche settimane all'Agricoltura mentre era premier. È stato alle Politiche comunitarie tra il 1998 e il 1999 e all'Industria tra il 1999 e il 2001. È stato pure sottosegretario alla presidenza del Consiglio