Il consumismo cancella quello che siamo: non sappiamo più fare le cose di una volta

Guido Piovene racconta un mondo che sta finendo. Che somiglia molto al nostro

Quello che sta avvenendo forse ci aiuterà a capire, noi ma specialmente i più giovani che avranno sotto gli occhi un arco di tempo più lungo, una cosa accaduta più volte nel passato, di cui abbiamo una cognizione astratta, ma difficile da immaginare in concreto: come gli uomini possano perdere a poco a poco la capacità di eseguire oggetti che prima eseguivano senza fatica e magari da secoli. Mi viene in mente un film di prima della guerra, intitolato Things to come («Quello che verrà»). Dopo anni di conflitti i popoli del film, da raffinati che erano, sono diventati rozzi. Non solo non fanno le cose che producevano una volta, ma non sanno più farle, avendone perso l'idea. Anche le lettere che compongono un titolo di giornale sono di corpo e carattere differenti. Un titolo tutto di lettere della stessa grandezza: chi lo concepisce più?

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Così, in certi passaggi di civiltà, quello che fino ieri innumerevoli persone facevano correntemente sembrerebbe un miracolo se lo rifacesse una sola. La Roma degli ultimi secoli, già in avanzata decadenza, ornava anche i pesi dei commercianti con teste di Minerva, simbolo di equità, con vitelli e con porcellini, standardizzati ma di buona fattura, nei negozi dei macellai; d'un tratto tanta eleganza sparisce, la rozzezza subentra. Come è possibile, si chiede, che proprio nessuno, nessuno, conservasse quel gusto, la stessa abilità di mano? Chi ci spiega come e perché, per quale meccanismo inesorabile, non soltanto nei barbari, si perde la perizia dell'arte antica? Lascio la forza espressiva, che può incantarci, di molte opere medievali, fermandomi alla precisione e all'esperienza tecnica. E certo quegli artisti non erano avanguardisti che respingessero il realismo per rifiuto concettuale. L'uomo, fra i suoi caratteri più sorprendenti, ha quello di dimenticare se stesso. Dimentica con rapidità bravure che sembravano incarnate in lui, senza bisogno del diluvio. C'è un genere di diluvio che ricorre in sordina e i più subiscono ignorandolo, senza rendersi conto che passa sui loro cervelli e che li lava di quanto hanno di meglio.

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Anche noi viviamo in un tempo di grandi dimenticanze e distacchi, ma forse in un modo diverso che in altre epoche del passato. La nostra è una civiltà scientifico-tecnologica, i cui risultati non sembrano così facili da dimenticare come quelli riguardanti l'arte e i piaceri della convivenza. Guardiamo invece la cucina, ch'è un'attività di genere artistico. La salita dei prezzi ne accelera la caduta, la deteriora dall'interno, la trasforma di giorno in giorno. A un certo punto il cuoco sarà come l'artigiano non più capace di rifare la testa di Minerva.

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Si accentua in me una sensazione precisa che ho provato a Firenze una domenica freddissima dell'autunno 73, quando la crisi del petrolio era appena scoppiata e le macchine per le strade erano tutte ferme. Ero appena svegliato, e guardavo dalla finestra senza nessun piacere, tanto meno con nessun giubilo umanistico-ecologico, quella specie di vuoto neutro nel quale non riuscivo a ricuperare la minima fantasia delle città della mia infanzia. La stanza era mal scaldata, il futuro si presentava incomodo e umiliante, c'era nell'aria non l'arcadia di alcuni ecologi che esaltavano le passeggiate in campagna, ma qualche cosa di drammatico e imprevedibile.

Sentivo che il mondo dl ieri non sarebbe tornato più, ma si era staccato solo un momento prima, ancora quasi unito al nostro come tra due blocchi di ghiaccio tra i quali si comincia appena ad avvertire un rigo nero. Poco tempo fa, giorni, si discuteva solamente quali limiti bisognava porre allo sviluppo tecnologico e all'abbondanza dei consumi. Era ancora la discussione giusta?

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Lo era ancora, in un certo senso, perché l'aspirazione a consumare è inseparabile dai motivi di vivere di una società di massa senza controllo, e non vedo che cosa la potrebbe sostituire. E tuttavia, da quella mattina a Firenze è passato meno di un anno e mi sembra molto di più. Leggo di merci che spariscono dai negozi, di altre che spariranno, di alberghi che si chiudono.

Nella nazione più consumista del mondo, gli Stati Uniti, entra un principio fino ad oggi ignorato, che le cambia natura: quello di fare economia. Macchine meno grandi cambiate meno spesso, meno viaggi, risparmi nel cibo, la certezza non sarà più come prima. La civiltà dei consumi rimane, soltanto cambia faccia. È un po' sgualcita, lacunosa, marca il suo lato dozzinale. Sempre più evidente in essa qualcosa di scrostato e di screpolato, di scalcinato e scalcagnato, anche se le automobili ingorgano le strade. È come ritornare in un grande albergo, grossolano ma dovizioso, che è decaduto senza però toccare il fondo.

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Non è detto che una civiltà dei consumi deve essere necessariamente opulenta. Si può avere una affluent society degradata, che non muta carattere; può essere declassata senza mutar natura. L'inflazione la rode con un genere di rinuncie inconsapevoli che sono le più corrosive, e chi le compie preferisce, se può, di farle come se fossero a sua insaputa. Esiste infatti in un enorme numero di persone la passione ideologica per la civiltà dei consumi. Esse vogliono che sia fiorente, perciò tendono a rendere pubblici i suoi trionfi e segrete, anche con se stessi, le sue sconfitte, la sua scorta di lagrime. Mentre la quantità resiste, si disgrega la qualità per una congiura segreta tra chi la produce e chi ne usa fingendo di trovarla sempre la stessa. È dunque un'altra civiltà dei consumi, magra e con qualche buco, quella in cui siamo entrati e percorriamo i primi metri.

Le conseguenze possono essere due. Qualcosa si è inserito tra i nostri conflitti ideologici che ne rompe la trama. Secondo, è il tempo dei distacchi, e alcuni, anche morali, possono diventare definitivi. Questo mondo finisce di essere ciò che era, sapere quello che sapeva, saper fare ciò che sapeva fare.

Anche con questi mezzi, con queste astuzie, il mondo mostra il suo bisogno di smemorarsi, cosa che farà presto, non potendo portare il peso di un passato sempre più grande. A differenza delle altre epoche di distacco, una parte di quello che il mondo avrà buttato via non sarà adesso ripescato, e potrà essere anche un bene.

15 settembre 1974

Commenti
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Giano

Lun, 08/08/2016 - 13:00

Ed era solo l'inizio della fine. Figuriamoci cosa scriverebbe oggi; sarebbe inorridito. Troppo presto abbiamo gettato via il mondo antico che sapevamo dominare grazie all'esperienza ed alle conoscenze tramandate da secoli, per sostituirlo con uno nuovo del quale, però, non abbiamo le istruzioni per l'uso. Speriamo solo che non si guasti, perché nessuno saprebbe ripararlo.

joecivitanova

Lun, 08/08/2016 - 16:40

..riscopriamo 'la cultura delle cose', allora, che fa parte della cultura di una persona ancor prima della cultura 'accademica; non sta qui a me dire come, ovvio, potrebbe essere iniziando da una base di teoria, per così dire, veloce, per poi passare alla pratica, magari in ciò che più ci piace, variando ovviamente il più possibile, altrimenti diventa un hobby, e quelli già non mancano, però potrebbe essere un inizio. Poi, negli acquisti, con una base di cultura del prodotto che dobbiamo o vogliamo acquistare, aspettare il momento buono per farlo ed anche il momento in cui abbiamo la disponibilità, per poi acquistare il prodotto di miglior fattura possibile per noi (e per le nostre tasche, ovvio), che ci soddisfi, che ci duri nel tempo, che ci dia un insegnamento di storia, di umanità, di valore nel tempo e di vita. No!? g.

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Giano

Lun, 08/08/2016 - 18:41

Riporto un passo da un post di anni fa sullo sconvolgimento sociale negli anni ’60 a causa dell’abbandono di tradizioni e mestieri: “Poi successe qualcosa che sconvolse questa secolare civiltà contadina. Arrivarono i primi trattori e, nel giro di una quindicina d’anni, sostituirono cavalli, muli, buoi e asini nei lavori dei campi. Di conseguenza, scomparvero pian piano tutti gli artigiani che producevano carri, selle, finimenti e accessori vari per gli animali. Poi arrivarono i prodotti industriali in serie; abbigliamento, calzature, utensileria, mobili. E scomparvero sarti, calzolai, fabbri e falegnami. Un’intera comunità, nel giro di pochi anni, fu completamente stravolta. Gli uomini dimenticarono come fare antichi mestieri e le donne dimenticarono come fare il pane, la pasta, cucire, ricamare e rammendare.”

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Giano

Lun, 08/08/2016 - 18:42

“In quegli anni avevo la netta e spiacevole sensazione di assistere ad uno scempio gravissimo; la completa scomparsa di una conoscenza, frutto di esperienze secolari, che avremmo perso per sempre. Mi chiedevo chi, una volta chiusi tutti i negozi artigiani e morte le ultime persone che custodivano i segreti di particolari lavorazioni, sarebbe stato in grado di fare ancora quei lavori, di produrre utensili in ferro o in legno, piccoli oggetti di uso quotidiano, di lavorare il pane, la pasta ed i dolci in tutte le loro innumerevoli varianti, di tramandare i segreti dell’agricoltura, dalla coltivazione alla lavorazione e conservazione dei prodotti. Ero convinto, e lo sono tuttora, che quelle antiche conoscenze che costituiscono patrimonio dell’umanità, andassero salvate, conservate, perpetuate nel tempo, perché frutto di millenni di storia.”

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Giano

Lun, 08/08/2016 - 18:43

"Sono l’eredità dei nostri antenati, un’eredità preziosissima che mai e poi mai andrebbe persa. E’ una cultura che definirei “manuale”, l’arte di fare e produrre a mano, in contrapposizione alla cultura delle macchine. Ero convinto che alcune conoscenze dovessero essere tramandate comunque e, perfino, insegnate a scuola. E così si dovesse mantenere anche tutta la conoscenza utile per tornare, in un ipotetico futuro devastato da eventi apocalittici, a lavorare e produrre in assenza di fonti energetiche; salvare la cultura manuale. Mi auguro solo che l’umanità non abbia a pentirsi amaramente di aver riposto la propria fiducia ed il destino del mondo nelle mani di questi nuovi dei a motore. Sì, usiamo pure il motore, ma non gettiamo via i remi. Non si sa mai.”.

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Anonimo (non verificato)

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Giano

Lun, 08/08/2016 - 19:03

(anonimo) Ecco il post completo: "Il cappellino di Lianne". Una volta tanto potreste passare il link: http://torredibabele.blog.tiscali.it/2008/08/13/il_cappellino_di_lianne__1919591-shtml/

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Giano

Lun, 08/08/2016 - 20:18

Grazie