Conte sfida l'Europa «Veto sull'accordo se l'accoglienza non sarà condivisa»

Premier pronto a bloccare le conclusioni Notte di trattative a oltranza tra i leader

Laura Cesaretti

Roma Il piglio è tosto e decisionista, ma la strategia è confusa e rischiosa. E la comunicazione, alquanto improvvisata per il governo italiano, causa incidenti imbarazzanti: ieri sera ai giornalisti che nella chat di Palazzo Chigi chiedevano un parere del premier sulla proposta di «hotspot avanzati» fatta da Macron, il portavoce Rocco Casalino ha risposto con l'icona sprezzante del dito medio. Poi ha dovuto cancellarla per evitare incidenti, ma l'episodio dà la misura della confusione.

Giuseppe Conte sbarca a Bruxelles per il Consiglio europeo, che si conclude oggi, con la faccia feroce e la minaccia di un dirompente veto messa sul tavolo a mo' di pistola. Sulla questione migranti, spiega, «non accetterà compromessi al ribasso». E aggiunge: «Se stavolta non dovessimo trovare disponibilità da parte degli altri Paesi, potremmo chiudere questo Consiglio senza approvare conclusioni condivise».

La cena tra leader inizia alle 20 senza accordi all'orizzonte, e prosegue a oltranza nella notte. L'Italia blocca le conclusioni della prima sessione di lavori (su difesa, innovazione, lavoro) perché «prima serve l'intesa sui migranti». Juncker e Tusk devono quindi annullare la conferenza stampa serale. Nel primo pomeriggio il premier tiene un incontro bilaterale con la cancelliera Merkel, mentre per Macron non trova tempo. Più tardi Conte fa sapere che Roma rifiuta di far entrare il tema immigrati in un «pacchetto di trattativa che comprenda anche temi economici». Come dire che se la Germania pensa di allettarci offrendo in cambio un po' di flessibilità sui conti, se lo può scordare. La «linea rossa» invalicabile, per il governo italiano, è quella della «solidarietà condivisa», ossia l'impegno Ue ad aprire i porti di altri Paesi alle missioni di salvataggio e a distribuire nell'Unione, con quote obbligatorie, chi sbarca. Il problema è che a opporsi seccamente a questa ipotesi sono innanzitutto quei Paesi del blocco di Visegrad, con l'appoggio dell'Austria, con cui la maggioranza di governo italiana coltiva un asse preferenziale. È proprio il cancelliere austriaco Kurz ad asserire che ai migranti vanno «applicate le regole di Dublino», in base alle quali un Paese di primo approdo è obbligato a identificare e trattenere chi arriva sulle sue sponde.

Mentre il nemico numero uno scelto dal governo di Roma sembra proprio quella Merkel che ieri ha proposto un compromesso: una «coalizione dei volenterosi» tra le nazioni disposte a collaborare per «non lasciare soli i Paesi in cui si verifica la maggioranza degli sbarchi», Italia in primis, e un rifinanziamento del fondo per l'Africa, in cambio di un impegno a ridurre i cosiddetti «movimenti secondari» dei profughi dai Paesi di approdo verso l'Europa. È la questione cruciale su cui la cancelliera si gioca la stabilità del suo governo e su cui deve portare a casa un risultato per evitare che il suo ministro dell'Interno, il Csu Seehofer, passi al contrattacco. C'è la disponibilità di Francia, Spagna, persino della Grecia, consapevole che la tenuta di Schengen e della stessa Ue dipendono dalla saldezza dell'argine europeista al sovranismo. Ma Conte rifiuta anche questa mediazione: niente «volenterosi», o c'è un accordo unanime o l'Italia si sfila: «O si discute l'insieme del nostro pacchetto o non si apre la trattativa. Di certo è escluso che si possa parlare di movimenti secondari, senza un discorso su tutti i punti della nostra proposta», dicono i suoi. Il problema, fanno notare molti partner agli italiani, è che le conseguenze del rifiuto di trovare un compromesso rischiano di penalizzare Roma: se Seehofer chiude le frontiere con l'Austria, e l'Austria (e la Francia) quelle con noi, l'Italia si ritroverà con i profughi bloccati all'interno dei suoi confini, e tagliata fuori da Schengen. Con danni enormi per il mercato interno, come fa notare il presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani. Il timore che tutta la linea dura serva soprattutto a fini di «propaganda politica interna» a breve termine è assai diffuso a Bruxelles.