Il controllo casuale poi la sparatoria con i poliziotti: la belva di Berlino muore a Milano

Il treno da Chambery, la foto in stazione Centrale e alle tre del mattino gli agenti lo fermano a Sesto San Giovanni. Amri estrae una calibro 22 e ferisce un uomo al grido «poliziotti bastardi». Poi il collega lo atterra

Il sole pallido dell'antivigilia non riesce ad asciugare la pozza di sangue. Qui, sull'asfalto di una brutta piazza di periferia, è finita la corsa di Anis Amri, la belva della strage di Berlino. E, guardando la pozzanghera di sangue che non si secca, ci vuole tutta la carità cristiana di questo mondo per non pensare che qui, in piazza Primo Maggio, davanti alla stazione dei treni di Sesto San Giovanni, Amri ha avuto quel che si meritava. Ma è inevitabile dire che qui si è compiuto il destino che questo giovane uomo dalle labbra carnose si è costruito con le sue stesse mani, quando si è arruolato nelle file della jihad, quando ha ammazzato un camionista per rubargli il tir, quando si è lanciato a massacrare uomini e donne innocenti nel mercato natalizio di Breitscheidplatz. E da ultimo alle tre del mattino di ieri, quando ha cercato di mandare al creatore un poliziotto. «Poliziotti bastardi», sono le ultime parole della sua vita. Requiescat.

Le forze di sicurezza di tutta Europa gli davano la caccia: tre giorni intensi, frenetici, seganti da errori e da piste false. E che terminano quasi per caso, con il controllo che nel cuore delle notte la volante «Alfa Sesto» decide di compiere i piazza Primo Maggio. Un passaggio di routine, davanti a uno dei tanti obiettivi sensibili cui, nei giorni tesi di queste feste, si dà un occhio particolare. Alla guida c'è Luca Scatà, accanto a lui il capopattuglia Cristian Movia. È Movia a notare l'uomo con lo zainetto in spalla che si aggira nella piazza, e a decidere di dargli un'occhiata. Molto altro da fare non c'è, nella quiete della notte sestese.

La volante si ferma, Movia e Scatà scendono. Tranquilli loro, la guardia abbassata; apparentemente tranquillo l'uomo. Gli chiedono i documenti. Non li ho, risponde quello. «Svuota le tasche e lo zaino e metti tutto sul cofano della nostra macchina». L'uomo continua a sembrare tranquillo. Quando in mano gli appare una pistola, le Beretta dei poliziotti sono ancora nelle fondine. Movia si prende una pallottola alla spalla ma riesce a restare in piedi, apre il fuoco anche lui, l'uomo si lancia dietro l'Alfa 159 degli agenti per sparare ancora. Scatà fa il giro e gli pianta due colpi al costato. L'uomo crolla a terra rantolando. Muore mentre i lettighieri di un'ambulanza cercano di rianimarlo.

In tasca non ha niente che possa identificarlo. Parecchi soldi, centinaia di euro, ma né documenti né telefono. È dalle impronte digitali che cinque ore dopo arriva la rivelazione che trasforma un giallo di periferia in un caso mondiale. Il corpo, ormai risposto in un cassettone dell'obitorio di Milano, è quello di Amri. Non è servito chiedere riscontri ai tedeschi: sono impronte che gli archivi italiani hanno in mano fin dal 2011, quando il sedicente profugo partecipò alla rivolta del centro di accoglienza di Lampedusa e finì in carcere all'Ucciardone, a compiere giorno dopo giorno la sua trasformazione da piccolo spacciatore di droga in martire di Allah. L'11 luglio 2015, quando lasciò il carcere di Palermo, era già avviato sulla strada del terrore. Sparisce dall'Italia, destinazione Germania. E riappare ieri notte nel cuore della Lombardia. Con sé porta una Walther 22, la stessa pistola usata a Berlino per uccidere il camionista polacco.

Il riconoscimento di Amri trasforma la mattina di ieri in una sequenza di riunioni convulse. Forze di polizia, magistrati, uomini dei servizi segreti incrociano informazioni alla ricerca di una risposta: come è arrivato qui, cosa ci faceva? Le prime indicazioni le danno i biglietti ferroviari, unica traccia rimasta nello zainetto del morto. Dicono che dalla Germania, Amri era arrivato in qualche modo a Chambery, in Savoia. Nella serata del 22 sale su un treno per Torino e da lì prosegue per Milano, probabilmente col treno che arriva in stazione Centrale poco prima dell'una di notte. Lì lo ritraggono le telecamere di sicurezza. E dalla Centrale si sposta a Sesto, tappa finale del suo viaggio.

Alcuni passaggi di questo percorso devono ancora essere chiariti. Ma soprattutto incombe, inquietante, la domanda: perché? Cosa ha spinto il terrorista di Berlino a peregrinare fin qui? A Milano, per quanto raccontano le sue schede criminali, Amri non aveva mai vissuto. A Sesto San Giovanni, a poche centinaia di metri dal luogo dove è morto, c'è una moschea: ma nella geografia delle comunità islamiche è considerata una delle più pacifiche. In queste ore si analizzano a ritroso i vecchi tabulati del cellulare del tunisino, prima della rivolta di Lampedusa e dell'arresto, alla ricerca di contatti milanesi. Ma l'ipotesi principale è che Milano e Sesto fossero solo punti di transito. Se ci fosse stata una base operativa, un confratello pronto ad accoglierlo, Amri non si sarebbe trovato solo, alle tre di mattino, a Sesto. Ma da lì partono treni e pullman verso Sud. È lì, quasi sicuramente, che cercava rifugio.

Commenti
Ritratto di charlye59

charlye59

Sab, 24/12/2016 - 09:51

Sui servizi di intelligence stendiamo un velo pietoso essere preso per caso dimostra tutta l'inefficienza degli apparati istituzionali in compenso questo delinquente ha avuto quello che si meritava bravissimi i due agenti in questo modo hanno tutelato la loro incolumità e anche la nostra.