Il coro degli stonati fa il boom di iscrizioni

Viaggio nella scuola che riesce a trasformare in usignolo anche chi è negato per il canto

Rosicare, infinito del verbo rodersi (sinonimo, ndr). Consumarsi per gelosia. Ecco: gli stonati hanno finito di fare questo verso chi con la voce, svolazza come un usignolo. Più agguerriti che mai sono passati al contrattacco. Quasi un piccolo fenomeno social-musicale: lo dimostra il numero degli iscritti al corso di canto (e coro) per «redimerli» che da qualche anno laVerdi propone a Milano. Nel volgere di qualche stagione le richieste per le lezioni sono passate da 50 a 300. «Sì, proprio così rispondono cifre alla mano, e anche un po' sorpresi, all'Ente di largo Mahler, dove le classi da quest'anno sono diventate quattro; e «dove se continua così scherzano dovremo aprire un istituto a parte». E che risultati al concerto di fine anno per il coro degli stonati: si esibiscono in brani classici come la «Pavane» di Fauré o colonne sonore di film come «The blues brothers» o canzoni pop tipo «The banana boat song» di Harry Belafonte. Ma da chi è composta questa moltitudine (non silenziosa) alla ricerca di arte e di riscatto? Basta farsi un giro tra loro, in un giorno di prove: avvocati, manager, giornalisti, non pochi anziani, anche ottantenni, e qualche giovane. Chi è spinto dalla passione riesce a conciliare gli orari del lavoro, o in generale della propria vita, con quelli degli incontri, che di solito sono nel tardo pomeriggio, due giorni la settimana. E ancora: è un'umanità a suo tempo ammutolita per l'altrui giudizio, soprattutto. «Da piccola spiega Lucia - a casa mi dicevano di stare zitta». Diversamente è andata ad Alberto che ha sempre sognato di essere un tenore ma «per timidezza non sono mai riuscito ad aprire bocca». Il signor Luigi è andato in pensione e ha avuto più tempo «per cose come queste, mi sono sempre piaciuti musica e canto, non sapevo però che cosa ero capace di fare». Quante storie così si raccoglierebbero. Ma gli stonati non recuperabili, allora, dove e quanti sono?

«Per la verità rappresentano una minoranza che possiamo quantificare con un 5%», spiega Maria Teresa Tramontin, l'angelo salvatore degli «stonati», veri o presunti. Da anni questa gentile e paziente professoressa per loro si fa letteralmente «in tre», perché è al tempo stesso direttore di coro, musicoterapista e soprano di professione: «Spesso quel che gioca brutti scherzi a chi pensa di non essere in grado di cantare è la poca capacità di concentrazione. Oppure l'emotività». A questo si possono aggiungere i «mini-traumi» dell'infanzia, causati da giudizi tipo «che strazio, non sai cantare...», timbri indelebili nella mente. Per il resto, ma si tratta appunto di casi molto rari, si parla di «amusia»: ovvero, come spiegano i manuali, dell'«incapacità biologica di comprendere, eseguire e apprezzare la musica».

Fa parte della task-force «addrizza-voci», stando in prima linea, anche Giampaolo Scardamaglia: musicologo e organizzatore fin dalla prima ora dei corsi, che a conti fatti sono più frequentati dal gentil sesso: «Le donne sono più coraggiose suppone sorridendo . Numericamente rappresentano il grosso dei cori». Duecento contro quaranta (uomini), che evidentemente si fanno più problemi a esibirsi davanti ad altri. Comunque sia, per tutti, c'è un percorso da fare. E le soddisfazioni non mancano: «Io li vedo a fine anno chiude c'è grande emozione ai saggi. Cantano davanti a un auditorium pieno, oltre mille spettatori, e i sogni di una vita si avverano».