Corsa all'oro ed Euro forte: le Borse in sofferenza

Il lupo cattivo sta a Pyongyang, manda messaggi muscolari al mondo facendo passare un missile sopra le teste dei giapponesi, ma non è ancora in grado di spaventare davvero i mercati. Più che una sensazione, è una certezza che deriva dai numeri. Depurate dall'emotività e dalle iperboli, le cifre raccontano infatti che il solo indizio di una corsa verso i beni rifugio è arrivato ieri dalla risalita dell'oro a 1.326,16 dollari l'oncia, il top dal novembre 2016. Tanto per intenderci, il periodo dell'elezione di Donald Trump. E dunque: il tycoon con in mano le chiavi della Casa Bianca, preoccupava allora quanto adesso il leader nord-coreano Kim Jong-un.

Comunque, ieri, si è assistito a un paradosso solo apparente: da un lato le Borse orientali, quelle che più dovrebbero risentire delle minacce nord-coreane, hanno tenuto (Tokio è scesa appena dello 0,45%); dall'altro, le piazze europee sono invece andate in sofferenza accusando ribassi anche superiori al punto percentuale (-1,46% Milano, così come Francoforte, mentre Parigi ha limitato le perdite a un -0,94%). Cali tuttavia ben lontani da situazioni di panic selling, a conferma che l'opzione bellica non è in cima nell'agenda delle preoccupazioni. Anche lo spread Btp-Bund, dopo una fiammata anche fino alla soglia dei 180 punti, si è raffreddato poi sotto i 173 punti. Giustificare il differente passo tra Asia e Europa è del resto semplice: è l'euro, balzato sopra quota 1,20 dollari, ai massimi da due anni e mezzo, a zavorrare i titoli azionari, non certo le provocazioni di Pyongyang. Tanto è vero che Wall Street è rimasta praticamente piatta per l'intera seduta.

La forza della moneta unica, oltre a generare tensioni deflattive, è una potenziale fonte di danno per l'export, e quindi per la stessa crescita economica in fase di lento consolidamento. L'assenza di indicazioni sulle prossime mosse di politica monetaria da parte di Mario Draghi al recente simposio di Jackson Hole, ha creato un ulteriore elemento di incertezza poco gradito ai mercati. La Bce non intende scoprire le carte prima dell'autunno su come (e quando) gestirà la ritirata dalle misure non convenzionali. E se la Federal Reserve, come sembra, rinvierà la stretta sui tassi, il rischio è di dover fare i conti con un euro su livelli ben più elevati di quelli attuali.