Così è fallito il complotto per fare litigare Qatar e Usa

L'embargo contro Doha dei Paesi arabi nato dopo un attacco hacker. Il ruolo dell'Iran e le trame dell'Arabia

A chi giova l'embargo dei Paesi arabi contro il Qatar? È la domanda che rimbalza nei tavoli diplomatici di Francia, Germania e Italia, che insieme a Usa e Kuwait stanno cercando una mediazione per uscire dal muro contro muro tra il governo di Doha e i principali paesi arabi (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto). Uno scontro nato lo scorso 5 giugno quando sul sito dell'agenzia nazionale del Qatar sono state pubblicate dichiarazioni offensive nei confronti di Riad attribuite all'emiro del Qatar Tamim ben Hamad Al Thani, come «non c'è saggezza nel nutrire ostilità nei confronti dell'Iran» o «Hezbollah e Hamas sono gruppi di resistenza e non gruppi terroristici». Secondo le indagini dell'Fbi, «ingaggiato» dal Qatar, due hacker russi sarebbero stati pagati per piratare il sito dell'agenzia di stampa. La Russia si è chiamata fuori («Banalità infondate che si screditano da sole»), e non è escluso che i «mandanti» dell'hackeraggio siano gli stessi Paesi arabi che vogliono spezzare il legame fortissimo tra Stati Uniti e Qatar. Che resiste nonostante il sospetto che il governo qatariota sia tra i principali finanziatori delle organizzazioni terroristiche di matrice islamica, da Al Qaida all'Isis.

Sospetti alimentati dal recente riavvicinamento tra Doha e Teheran, le cui relazioni diplomatiche sono riprese dopo quasi due anni. Tanto che nelle 13 richieste per evitare le sanzioni (tra cui la chiusura della tv Al Jazeera) e dichiarate irricevibili da Doha c'è lo stop ai rapporti con l'Iran, che oggi garantisce al Qatar le risorse messe a rischio dall'embargo (che comincia ad avere i primi effetti) mentre Standard&Poor's ha tagliato il rating a AA-. «Il blocco ci sta avvicinando a Teheran - ha detto il ministro degli Esteri di Doha, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al-Thani - è questo il loro obiettivo? Non è una mossa saggia». La stretta ha avuto ricadute anche sul fronte religioso: Riad in questi mesi ha complicato il passaggio dei pellegrini provenienti da Doha e diretti alla Mecca.

Dietro la crisi ci sarebbe la volontà dell'Arabia Saudita di disarcionare l'attuale emiro con Abdullah al Thani, membro di quel ramo della famiglia reale qatariota estromesso dal potere nel colpo di stato nel 1972. Una volontà testimoniata da un incontro tra il rampollo e il re saudita Salman Al Saud a Tangeri, in Marocco. Secondo fonti di intelligence Riad e Abu Dhabi avevano persino valutato un'azione militare nelle fasi iniziali ma hanno accantonato i loro piani per non fare il gioco di Teheran.

Nel quadro della crisi si inserisce anche la guerra nel pantano dello Yemen. L'operazione Decisive storm del 2015 guidata da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avrebbe dovuto ricacciare i miliziani sciiti houthi e le forze alleate al deposto presidente Ali Abdullah Saleh dalla capitale Sanaa al Nord del Paese ma il blitzkrieg del trentenne ministro della Difesa di Riad Mohammad bin Salman si è trasformata in una figuraccia nonostante l'aiuto del generale Ali Mohsen al-Ahmari legato ai Fratelli musulmani (organizzazione che a parole l'Arabia Saudita dice di combattere) che però ha costretto l'Egitto a uscire dalla coalizione anti Houthi. Secondo l'Unicef nel conflitto hanno perso la vita almeno 8.500 persone, tra cui 1.712 bambini.

Anche il presidente russo Vladimir Putin sta cercando di scongiurare l'avvitamento della crisi e promuovere la stabilità nella regione. Ma ancora una volta sarà decisivo il ruolo degli Usa. Perché se l'obiettivo dei mandanti dell'attacco hacker era far litigare Qatar e Usa il tentativo è miseramente fallito. Il presidente Donald Trump, dopo un'iniziale ritrosia a prendere le parti di Doha (nella base aerea in Qatar ci sono 11mila militari Usa) anche grazie alle pressioni del Pentagono, che hanno sconsigliato la Casa Bianca dallo schiacciarsi troppo sulla linea dettata dall'Arabia Saudita ha garantito a Doha l'appoggio degli Usa. Ma nella partita, oltre alle diplomazie di Francia, Germania e Gran Bretagna, c'è anche la Turchia. Il presidenteR ecep Tayyip Erdogan non ha usato mezzi termini contro la «Nato araba»: «È inumano e contro i valori islamici tentare di isolare un popolo». Anche l'Italia si è mossa con il ministro degli Esteri Angelino Alfano e lo stesso premier Paolo Gentiloni, che nei giorni scorsi all'Onu hanno nuovamente chiesto ai Paesi arabi del Quartetto di rimuovere il blocco nei confronti del Qatar «anche alla luce degli insostenibili disagi causati a migliaia di famiglie». La sensazione è che i Paesi arabi abbiano sottovalutato la forza del Qatar e la capacità dell'Occidente di non rinunciare a un preziosissimo, seppur discusso, alleato. Questo non significa però che il braccio di ferro sia destinato a finire presto.

Commenti

cgf

Ven, 29/09/2017 - 09:56

Alfano e Gentiloni si sono accodati al coro, ma neanche l'hanno sentita la loro vocina. In compenso sono stati visti...