Così il signore delle coop rosse faceva patti con la 'ndrangheta

Spunta la onlus fondata da Buzzi e affidata a un uomo delle cosche Marino si arrende: il pm Sabella assessore. Pignatone: «Nuovi arresti»

RomaMentre Pignatone in commissione Antimafia annuncia che gli arresti non sono finiti e ribadisce che l'infiltrazione della «mafia capitolina» in Campidoglio è sia a livello politico che amministrativo, Ignazio Marino si «consegna» al pm Alfonso Sabella come assessore alla Legalità. E il prefetto Pecoraro anticipa un possibile commissariamento degli appalti: «Ho incontrato Cantone, deciderà lui». I due arrestati di ieri mattina, Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, considerati elementi di collegamento tra il «cupolone» romano di Buzzi e Carminati e la 'ndrangheta, dimostrano che forse il sindaco fa bene a preoccuparsi. Se Pignatone ha confermato che al «Cupolone» non interessava troppo l'esito delle elezioni, la vicenda che ha portato agli arresti di Rotolo e Ruggiero in questo senso è illuminante: tutto comincia a luglio 2014 e si conclude con le manette di ieri, in piena era Marino.

Al centro di tutto c'è l'ennesima coop, la «Santo Stefano onlus». Buzzi la fonda - con il placet di Carminati, rimarca la procura - per far gestire le pulizie al mercato Esquilino a Giovanni Campennì (che per il Ros ha un «solido e radicato nel tempo legame col clan Mancuso») e mettendo tra i soci Rotolo e Ruggiero. È una «coop di 'ndranghetisti», dice lo stesso Buzzi in una riunione con i suoi collaboratori, e aggiunge: «Se la facessero tra 'ndranghetisti». Perché per la procura il battesimo della «Santo Stefano» è un favore alla cosca Mancuso. Che tra il 2008 e il 2009 avrebbe «protetto» la «coop 29 giugno» di Buzzi mentre gestiva il Cara di Cropani Marina in Calabria, che aveva fruttato - tra ottobre e marzo - più di 1,3 milioni di euro.

Così per restituire il favore Buzzi avrebbe aperto le porte di Roma alla 'ndrangheta, creando ad hoc la coop di Campennì. Che il curriculum dei soci della «Santo Stefano» sia chiaro a tutti emerge da come Guido Colantuono, collaboratore di Buzzi e indicato da questi come presidente in pectore della «cooppola», si smarca dal ruolo: «Non glia faccio a gestì loro capito? Un conto c'ho operai, so io che comando, ma con loro chi comanda?». Il capo lo prende in giro: «Colantuono ha fatto un passo indietro (...) Un ca... duro moscio». Ma quando Colantuono rimprovera Rotolo dicendogli che è «un soldato» e intimandogli di «ubbidire», proprio Buzzi lo mette in guardia. «C'è qualcuno che non te puoi inculare così… uno te lo dice perché ti vuole bene, Guido (...) quello è un 'ndrangheta.. affiliato.. se tu gli dici sei un mio soldato… lui il generale non ce l'ha qui a Roma, se offende... non so se me capisci (...) gli parli con i dovuti modi, hai visto pure Massimo che è Massimo... gli parli tranquillo». Ma il capo della «29 giugno» non nasconde i legami dei suoi «soci» in odore di 'ndrina, anzi, li ostenta. Presentandoli al costruttore Marronaro, portandoli a cena fuori porta. E accogliendo in ufficio Campennì al grido «È arrivata la 'ndrangheta.. è arrivata la 'ndrangheta». Il 7 giugno Buzzi ottiene senza problemi il «cambio di affidamento» dall'«ente gestore» e il primo luglio si comincia. Ma Campennì entra in contrasto con gli altri soci. E a ottobre tocca ancora a Buzzi mettersi all'opera «per risanare tali divergenze, al fine di mantenere saldo il patto stretto con il clan Mancuso».