La crescita ancora non si vede: altre tasse per sistemare i conti

N on la chiameranno manovra; forse sarà un aggiustamento limitato dentro la legge di Stabilità, quindi a valere dal prossimo anno. In ogni caso sui conti pubblici si addensano nubi sempre più nere e cresce il numero degli osservatori che danno per scontate nuove tasse.
Sulle scelte del governo pesa l'atteggiamento di Bruxelles che, con buona pace del peso acquisito nell'Europarlamento dal Pd, partito del premier italiano Matteo Renzi, non vuole concederci nulla. Poi, come prevedevano «gufi» militanti, opposizioni politiche e le stesse istituzioni europee, le previsioni fatte dal governo si sono rivelate troppo ottimistiche.
In primo luogo quelle sulla crescita. Il Def (il documento di economia e finanza con le previsioni ufficiali del governo) prevede che nel 2014 il Pil aumenti dello 0,8%. Per il secondo trimestre dell'anno si profila una crescita minima dopo una serie di segni meno, a partire dal -0,5% registrato nel primo trimestre 2014. Se la situazione dovesse rimanere inalterata, nei prossimi sei mesi - ha stimato ieri il Sole24ore - a fine anno il Pil si attesterà al massimo allo 0,4%. La metà rispetto alle previsioni del governo.
Eccesso di ottimismo a parte, una minore crescita si ripercuote inevitabilmente sui conti pubblici e sugli indicatori europei. Il rapporto deficit-Pil non si attesterà al 2,6% come previsto dal Def, ma al 2,9%, nel migliore dei casi. In altre parole ci siamo già giocati i risicatissimi margini di manovra, e rischiamo di dovere correre ai ripari nel caso per nulla remoto di un ulteriore rallentamento.
Poi c'è il capitolo entrate. Ieri ne ha parlato il capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta, mettendo in luce come le entrate tributarie siano al palo, sotto le previsioni che il governo ha messo nero su bianco nel Def. «Sono cresciute, secondo il Mef dell'1,4%. La Nota di aggiornamento al Def ipotizzava, invece, una crescita implicita del 3,1%. Ne deriva che, se nei prossimi mesi non interverrà una correzione, mancano all'appello circa 8 miliardi». Punto interrogativo anche sulle privatizzazioni, che erano state contabilizzate dal governo già nel 2014 per oltre 10 miliardi. «La collocazione in borsa di Finmeccanica è stata tutt'altro che positiva. Per Poste si profila un braccio di ferro dagli esisti incerti. Resta solo Eni, Enel e forse, Cassa depositi e prestiti». In tutto, calcola Brunetta, mancano all'appello 20 miliardi.
Anche se la correzione dovesse essere inferiore, per gli italiani non sarà una buona notizia. Perché di alternative a un aumento delle tasse sono poche. Il governo ha già messo a bilancio entrate da spending review per 4,5 miliardi quest'anno e 17 miliardi il prossimo. Ulteriori riduzioni della spesa pubblica non sono in vista.
Ieri il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia ha illustrato la delega del governo su Pa e pubblico impiego. Tutto tranne che un piano di risparmi. Il blocco della contrattazione? «Penso sia un'ingiustizia», ha detto il ministro del governo Renzi. Riduzione dei pubblici dipendenti tramite il meccanismo degli esuberi? «Certamente il tema di un migliore utilizzo dei dipendenti pubblici esiste, ma non ci saranno esuberi». Poi la questione centrale: la delega di riforma della pubblica amministrazione porterà risparmi? «Non so e sono contenta di non saperlo perché l'impostazione non è di spending review: non siamo partiti dai risparmi». Peccato che il ministero dell'Economia abbia bisogno di soldi. E che il governo abbia solo due strade per trovarli: tagli alla Pa o nuove tasse e imposte. Madia la sua scelta l'ha già fatta.