Dai terreni al lavoro in nero: il racconto di Luigi non torna

La replica del ministro è piena di contraddizioni: "Eredità dei nonni". Ma l'atto di acquisto è del 2000

Il giovane vicepremier Luigi Di Maio ha ricordi vaghi. Tanti non so. Mi sfugge. Ero giovane, non mi occupavo delle attività di famiglia. Eppure è già trascorsa una settimana dal giorno in cui il Giornale ha sollevato sospetti su alcuni manufatti costruiti sui terreni del padre, Antonio Di Maio, nel Comune di Mariglianella.

Ad oggi non sono arrivate smentite. Né sono spuntati documenti che potrebbero chiarire il giallo. E, dunque, il mistero si infittisce. Martedì sera, nel salotto di Giovanni Floris, il capo politico dei Cinque stelle ha interrotto il silenzio sul caso degli immobili di Mariglianella, comune in provincia di Napoli a un tiro di schioppo da Pomigliano D'Arco, solo poche parole, insufficienti a dare risposta agli interrogativi posti con gli articoli del Giornale. «I terreni erano dei miei nonni. Che io ricordi ci sono un rudere, una baracca e un deposito per attrezzi. I manufatti risalgono ai tempi della Seconda guerra mondiale. I nonni, mio padre e mia zia hanno lasciato quelle proprietà in seguito al terremoto» - ha spiegato Di Maio, rispondendo alle domande di Floris. Parole su cui è opportuno fare alcune valutazioni.

I terreni. Gli appezzamenti di terreno, almeno da quanto risulta sia all'Agenzia del Territorio che nel database del Conservatoria di Santa Maria Capua Vetere, sono stati acquistati con un atto redatto alla presenza di un notaio nel 2000: l'atto di vendita coincide perfettamente con la visura catastale.

L'anno di costruzione. Di Maio sostiene che quei manufatti esistano già dal dopoguerra. Potrebbe essere vero. Però risulta strano che gli immobili non siano mai stati censiti né dall'Agenzia del Territorio (ex catasto) né dal Comune in 70 anni. E sembra un'anomalia che gli immobili, già presenti negli anni 50, non siano stati inseriti nell'atto di vendita nel 2000. Altri dubbi riguardano il materiale con cui sono stati costruiti i manufatti; sembrerebbe di recente costruzione. Il silenzio. Il ministro del Lavoro parla dei manufatti ma non fa alcun cenno al campetto di calcetto che ricade nella proprietà della famiglia Di Maio. È una struttura autorizzata o abusiva?

Al netto della difesa del vicepremier, il mistero resta. Mentre ieri, nel tentativo di dar prova di non essere stato un lavoratore abusivo nella ditta del padre, Di Maio è caduto in un'altra contraddizione. Il vicepremier ha pubblicato sul Blog delle stelle il contratto di lavoro con la ditta di famiglia: un'assunzione trimestrale, da febbraio a maggio 2008. Peccato che lui stesso abbia, pubblicamente, dichiarato di aver passato l'estate a lavorare come muratore nell'azienda di papà.

Oggi, invece, potrebbe esserci la prima svolta: i vigili urbani del Comune di Mariglianella, in provincia di Napoli, alle 9 hanno un appuntamento. Ai cancelli di via Umberto I si presenterà il padre del vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Di Maio. Dovrà aprire i cancelli perché la polizia locale, inviata dal sindaco Felice Di Maiolo, che è di Forza Italia ma in questa vicenda vuole mantenersi rigorosamente neutrale, da buon amministratore, vuole tecnicamente «conoscere lo stato dei luoghi», vedere cioé se i dati catastali sono conformi a quanto è riscontrabile nella proprietà.

Quei terreni sono solo per il 50 per cento di Antonio Di Maio e per metà della sorella e all'interno ci sarebbero dei manufatti, almeno tre, sui quali occorre fare delle verifiche. Se questi risultassero abusivi, tutta l'informativa passerebbe alla Procura di Nola che dovrebbe indagare per abusi edilizi. I vigili erano stati al terreno di via Umberto a Mariglianella già lunedì mattina. Cercavano il proprietario: Antonio Di Maio. Ma c'erano i lucchetti al cancello e non avevano il mandato per entrare in una proprietà privata. Così hanno notificato a Di Maio senior l'invito per oggi.