Dalle scazzottate all'orrore puro: Alatri scopre di aver perso l'anima

La terra che diede i natali a Zavattini e Manfredi è distrutta È il fallimento di una comunità che ha smarrito le sue certezze

Alatri è un posto meraviglioso, ma il clima che si respira in queste ore dipinge uno scenario assurdo. C'è tensione, certo, e incredulità. Tanta incredulità. L'aria è tagliata dalla pesantezza dei secondi che passano, nell'attesa che succeda qualcosa, che qualcuno dia una risposta. Tutto è fermo. Le strade sono presidiate dalle forze dell'ordine, le piazze dalle troupe tv, i cuori da uno sgomento mai provato prima. Qui non si è abituati ad andare in tv, e ad avere a che fare con la cronaca nera. La storia di questa cittadina, in realtà, si muoverebbe su fili ben più nobili, sulla glottologia fondata da Luigi Ceci, ad esempio, più che sui frames della videosorveglianza o sui ritmi delle breaking news.

Alatri è un paese piantato coi piedi per terra, difeso da millenni da mura megalitiche di cui nessuno sa nulla di certo, ma che hanno retto qualsiasi cosa, e che forse, dinanzi a tutto questo, cominciano a scricchiolare. Questa, del resto, non è una di quelle storie di paese raccontata di soppiatto davanti a un caffè in piazza Santa Maria Maggiore, non è un pettegolezzo da confidarsi su una panchina del corso principale, è il sigillo di un fallimento collettivo, che tutti percepiscono, che molti cominciano ad analizzare, ammettere e interpretare. Si pesano le parole, ci si sfoga sui social network. Il confronto è serrato, tutti cercano di capire, si ipotizzano spiegazioni, si cerca di riempire un vuoto di significato altrimenti inspiegabile. Alatri era la musica di Stephan Grappelli, icona del jazz, originario della cittadina, le cui ceneri furono cosparse per sua volontà sotto l'omonima torre del centro storico. Oggi Alatri assomiglia più a un videoclip senza musica, a un orrendo effetto sonoro di una traccia audio profondamente corrotta. I volti delle persone sono segnati da un disagio evidente, il turismo è in crisi da tempo e così tante persone provenienti da altre città non si vedevano da anni. Non è stupore collettivo, è choc. Questa è una storia che sopravviverà alla memoria dei ciclopi, forse, e narra di tutto quello che ad Alatri non serviva, che Alatri non voleva, che Alatri temeva potesse succedere. Temeva, sì, perché non è dalla notte di due giorni fa che questa cittadina si sente abbandonata. Da sé stessa, più che da qualche istituzione in particolare. Da uno svuotamento lento del centro che ha reso spesso le serate deserte, insicure, lasciate in balìa di eventi.

Parlare di colpe ora sarebbe troppo facile, il difficile sta nel girare per strada toccando con mano che nulla è più come prima, che niente è uguale a com'era, che il maestoso liceo classico Conti Gentili guarda tutti dall'alto, quasi a emettere una prima sentenza. Alatri era Cesare Zavattini, Luigi Pietrobono e Nino Manfredi. Il tutto sotto le mura di certezze che questa cittadina ha coltivato nel tempo, delle rocce inossidabili fatte di campanilismi sì, di storie di paese, scazzottate, certo, ma non di tragedie. Ora Alatri vuole tornare Alatri, il prima possibile.