L'Ingegnere e gli Agnelli: storia di trame, rivalità e di quel licenziamento

De Benedetti restò ad Fiat solo 100 giorni. Ma dalle telefonate domenicali alla tentata scalata del Tempo, l'amicizia tra le famiglie è di vecchia data

Oggi si può dire e scrivere che Carlo De Benedetti, nel 1976, è stato «allontanato» dalla Fiat dopo soli 100 giorni passati a fare l'amministratore delegato. «Allontanato», vale a dire «licenziato». Si può dire perché un giudice, a Milano, il 21 settembre scorso, ha assolto il presidente della Pirelli, Marco Tronchetti Provera, dall'accusa di diffamazione lanciata da De Benedetti sulla questione. Quarant'anni dopo, almeno, abbiamo una certezza.Come si legge sulla sentenza, in sintesi, l'«allontanamento» fu dovuto alla diversità di «ambiente, mentalità e tradizione», segnalato da Gianluigi Gabetti, uno dei due o tre uomini più vicini a Gianni Agnelli per tutta la sua vita privata e imprenditoriale. Ambiente, mentalità e tradizione diverse non avevano impedito all'Avvocato, classe 1921, di «invaghirsi» di un altro torinese come lui, 13 anni più giovane, nato nel '34 da famiglia di ebrei sefarditi, perseguitata dopo le leggi razziali, che abitava nella stessa via torinese, in Corso Marconi. Un interesse nato nei primi anni Settanta, quando Carlo si era fatto notare per aver acquistato in Borsa la Gilardini, oscura società immobiliare trasformata in due anni in gioiellino della metalmeccanica. E dal momento che non si diventa presidenti degli industriali torinesi senza l'investitura degli Agnelli, quando Carlo venne eletto nel '74 l'idillio era già nato. Per sua stessa ammissione, «io sono un borghese, lui è un re», dirà De Benedetti negli anni. Ma è il borghese che il presidente della Fiat volle assumere a tutti i costi nel '76. Fino a strapagargli la Gilardini 22 m0iliardi (contro una valutazione di 11), che gli valsero il 5% della Fiat e il posto di ad. A una condizione, imposta dall'ad di Mediobanca, Enrico Cuccia: quella di affiancargli l'allora direttore finanziario Cesare Romiti. Ed è con Romiti, più che con l'Avvocato, che i 100 giorni si consumano rapidamente, fino alla rottura. Quando gli Agnelli appoggiano Romiti perché l'intraprendenza e la spregiudicatezza dell'Ingegnere arrivano a mettere a rischio non solo l'unità della famiglia, ma l'intero controllo della Fiat.Sarebbe però errato pensare ai due, Avvocato e Ingegnere, come a eterni nemici. In realtà i rapporti non si interromperanno mai, al punto che tra le lunghe telefonate domenicali che Gianni Agnelli dedicava a interlocutori selezionati per parlare di grandi scenari c'era anche quella con Carlo De Benedetti. E non è un caso che a De Benedetti viene attribuito un altro piano per scalare la Fiat, finita sull'orlo del baratro all'inizio di questo secolo, ma solo dopo la scomparsa dell'Avvocato, nel 2003, e del fratello Umberto l'anno dopo. Un piano segreto e vago che spinse però Gabetti a quell'operazione di equity-swap tra Ifil ed Exor che gli è poi costata anni di processi.Piuttosto, si trova traccia, negli archivi, di un episodio tanto poco noto quanto di straordinaria attualità: il tentativo dei due di comprare un giornale. Sarebbe avvenuto negli anni Ottanta quando l'Ingegnere pensava di scalare la Italmobiliare di Carlo Pesenti avendo dalla sua l'Avvocato. Una holding che, tra l'altro, controllava il quotidiano romano il Tempo. Ma di nuovo Cuccia, addirittura in tandem con il nemico Andreotti, stopparono l'operazione. E così chiosò Agnelli: «Caro Ingegnere, non si può scalare un gruppo che controlla un giornale che esce a due passi da Palazzo Chigi». De Benedetti soddisfò le sue ambizioni editoriali prendendo il controllo di Repubblica nell'89, mentre la Stampa era degli Agnelli già dal 1920. Ma come ha scritto Giuliano Ferrara, i due quotidiani diventano poi «giornali cognati». Diversi per la vicinanza al governo e all'establishment che il quotidiano della Fiat ha sempre avuto, ma parenti, visto che uno dei fondatori di Repubblica, Carlo Caracciolo, era cognato di Agnelli, mentre Eugenio Scalfari è stato il genero di Giulio De Benedetti, storico direttore della Stampa. La quale, a sua volta, ha dato a Repubblica due dei tre direttori che ha avuto in tutta la sua storia: Ezio Mauro e l'attuale Mario Calabresi.A mettere insieme le cose dopo questo mezzo secolo di storie varie il destino ha indicato ora le nuove generazioni: John Elkann, nipote designato dall'Avvocato alla guida del regno; e Rodolfo De Benedetti, a cui il padre ha da anni girato sia il suo pacchetto di azioni Cir, sia il ruolo di numero uno del gruppo. Che poi siano questi i soggetti più idonei a far funzionare la nuova impresa e l'alleanza tra gli Agnelli e i De Benedetti nel ventunesimo secolo, si vedrà. Di certo i precedenti non sono molto incoraggianti: Elkann ha investito, tra Stampa e Corriere, circa 200 milioni negli ultimi tre anni, con risultati abbastanza disastrosi soprattutto in via Solferino, dove il manager da lui fortemente voluto, Pietro Scott Jovane, ha fallito il risanamento. Rodolfo, peraltro, non ha dalla sua i meriti del buon andamento del gruppo Espresso, gestito dalla supermanager Monica Mondardini. Piuttosto gli viene solitamente attribuito il crac da due miliardi del gruppo energetico Sorgenia. Ma i tempi cambiano e ora tocca a loro.