De Benedetti rinsavisce: niente danni morali dal Cav

L'Ingegnere bocciato dal giudice aveva annunciato appello. Ma ormai i termini sono scaduti

Milano - Anche la benevolenza dei magistrati ha un limite, deve avere pensato Carlo De Benedetti. E così pochi giorni fa in un ufficio del tribunale civile di Milano i cancellieri hanno atteso invano che arrivassero gli avvocati dell'Ingegnere per depositare l'ultimo atto della guerra - durata da un millennio all'altro - con Silvio Berlusconi. Era l'ultimo giorno utile per chiedere che un altro processo andasse a scavare sulla madre di tutte le ostilità tra il Cav e CdB, lo scontro del 1990 per il controllo della Mondadori.

Ma gli avvocati della Cir, la holding debenedettiana, non si sono visti. E la faccenda si è finalmente chiusa.Il fronte ancora aperto era quello della richiesta di danni morali presentata dall'Ingegnere: che dopo avere incassato un gigantesco risarcimento per i danni materiali subiti per essere stato estromesso dalla Mondadori con l'inganno (a decretare la vittoria della Fininvest fu una sentenza della Corte di Roma addomesticata dal Cavaliere, secondo quanto stabilì il processo penale avviato qualche anno dopo da Ilda Boccassini) pretendeva dal suo eterno rivale anche i danni morali. Trenta milioni più altri sessanta di interessi, avevano chiesto i legali dell'editore di Repubblica. E invece nel luglio scorso arrivò la doccia fredda: il giudice escluse i danni morali, e stabilì che per i danni da ingiusto processo l'Ingegnere andasse risarcito come un qualunque cittadino. Totale, 246mila euro, lo 0,90 per cento della richiesta. «Un'elemosina», lo definì Marina Berlusconi.

La Cir insorse, parlò di risarcimento «largamente inadeguato», promise che avrebbe fatto appello. Ma poi le settimane sono passate, i mesi pure, e hanno evidentemente portato consiglio all'Ingegnere. Che strada facendo si è convinto che i 490 milioni già incassati come danni materiali potevano essere una consolazione sufficiente per chiudere serenamente l'eterno duello con il Cavaliere. Ed è ben vero che i ricchi in genere sono ricchi perché non mollano un cent: ma insistere, e portare avanti la causa anche in appello, avrebbe comportato più il rischio di nuova sconfitta che possibilità di modificare sensibilmente il verdetto. Così, niente appello: per la prima volta da tempo immemorabile, Carlo e Silvio si trovano a non avere più conti in sospeso. E forse De Benedetti guardando col senno di oggi alla remota guerra di Segrate, può essere contento di esserne allora uscito sconfitto: perché così tanti soldi forse non li avrebbe mai guadagnati. E oggi che controlla Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX, avere in mano anche Grazia, Focus e gli Oscar sembrerebbe troppo persino a lui.

Commenti
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mauriziogiuntoli

Sab, 12/03/2016 - 09:24

Le toghe italiane risarciscono i rapinatori con somme maggiori di quelle che avrebbero potuto ricavare dalla rapina. Un bel sodalizio, non c'è che dire!!

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faustopaolo

Sab, 12/03/2016 - 09:28

Debenedetti, la Bocassini, repubblica. Credevo fosse un articolo che parlava di cose serie. se lo sapevo non lo leggevo neanche.

giovanni PERINCIOLO

Sab, 12/03/2016 - 11:30

La storia del processo Mondadori/Fininvest fa il paio con la sentenza che ha deciso che i familiari del ladro ucciso sul "posto di lavoro" debbano essere risarciti!

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Pettir45

Sab, 12/03/2016 - 12:40

Quanto mi piacerebbe assistere al risarcimento con interessi di questo impunito, irridente, infausto e incallito sbruffoncello... Oggi un sogno ma, un domani, chissà?