Il declassamento di S&P non influenza la Borsa: stabili Milano e lo spread

RomaLa logica dei mercati finanziari non si muove sugli stessi sentieri della matematica. Tre anni fa l'Italia poteva vantare un giudizio non ottimale, ma comunque positivo da parte delle principali agenzie di rating: Standard & Poor's ci giudicava «A» nonostante un recente declassamento da «A+», mentre per Moody's eravamo «A2». La crisi del debito sovrano e la speculazione contro il nostro Paese che - ricordiamolo ancora una volta, non era in recessione - produssero uno spread contro il Bund tedesco di 570 punti. A Milano l'indice Ftse Mib faticava a tenere quota 15mila punti. Il terrore la faceva da padrone.

Ieri dopo l'ennesima retrocessione da parte di S&P's che venerdì scorso ci ha buttati nel calderone della «BBB-», il gradino immediatamente precedente il livello «spazzatura», il Btp a dieci anni ha segnato un nuovo minimo storico del rendimento: l'1,94 per cento, mentre il differenziale con il Bund è risalito marginalmente a quota 122 punti dai 119 dello scorso fine settimana. Per tutto il weekend gli operatori si erano interrogati sulla risposta del mercato alla mossa dell'agenzia di rating, ma alla fine il temuto tracollo non c'è stato. Piazza Affari ha ceduto lo 0,68% perdendo quota 20mila punti, ma si può dire che gli operatori abbiano guardato con maggiore ansia alle previsioni negative di Moody's sul settore bancario europeo che al declassamento del merito di credito dell'Italia.

Per il momento, tuttavia, gli istituti di credito italiani non soffriranno conseguenze negative. Quando scambieranno i Btp di cui sono piene con denaro liquido dalla Bce continueranno a subire una trattenuta del 3% anziché dell'11,5% perché esiste un'agenzia - la canadese Dbrs - che continua a considerare l'Italia di «prima categoria» con un rating «A-low».

Sono i miracoli di Mario Draghi che, tre anni orsono, si era appena insediato e aveva ancora le mani legate da Angela Merkel. Che pure oggi recalcitra, ma sostanzialmente non può impedirgli di immettere nel sistema quella liquidità che ha consentito all'euro-sistema di evitare il collasso. I tassi a zero, inoltre, rendono i Btp appetibili perché comunque garantiscono un rendimento minimo a fronte dello zero applicato ai depositi bancari. Insomma, l'anomalia non è la reazione «minima» delle Borse alla bocciatura di Standard&Poor's (che pone l'Italia al di sotto della martoriata Spagna), ma quanto accaduto nel 2011. Basti pensare che dopo tredici trimestri consecutivi di recessione, il Credit Suisse accredita ancora il nostro Paese come il terzo al mondo per ricchezza pro capite. Un dato che dimostra l'affidabilità italiana molto meglio delle statistiche Ocse. Certo, a lungo andare, la situazione rischia di non essere sostenibile perché oggi l'Italia - nonostante le chiacchiere di Renzi - non ha proprio tutte le carte in regola per meritare quello spread di 122 punti. Prima o poi qualcuno se ne accorgerà.