Il delirio di De Magistris: devono dimettersi i giudici

Il sindaco di Napoli condannato per Why not attacca le toghe: «Vergogna, è un complotto». L'Anm s'infuria. Il presidente del Senato: deve lasciare, è la legge

Da non credere. Un monologo così sopra le righe da parere finto. Luigi de Magistris alza le barricate e decide di resistere ad oltranza nella trincea di Palazzo San Giacomo. Ne ha per tutti il sindaco arancione, azzoppato dalla condanna a 1 anno e 3 mesi per abuso d'ufficio. La legge Severino incombe e la sospensione è dietro la porta, ma lui non arretra: se la prende con i mitici poteri forti, che ribattezza per l'occasione criminali, discetta sulla penetrazione della mafia nelle istituzioni, attacca addirittura i giudici chiedendo le loro dimissioni. Si resta a dir poco basiti nell'ascoltare le parole in libertà di un personaggio che pure aveva una sua storia da sceriffo alle spalle: pubblico ministero e motore di inchieste da prima pagina; leader del movimento arancione, punto di riferimento della sinistra giustizialista ormai orfana di Di Pietro. Tutto un mondo sbriciolato alla lettura del verdetto emesso dal tribunale di Roma che lo stanga per l'acquisizione di alcuni tabulati telefonici di parlamentari senza passare dal Parlamento. E intanto Napoli s'interroga sul suo futuro: sulla carta in base alla legge Severino dovrebbe scattare la sospensione, per un periodo massimo di 18 mesi, ma in Italia si sa le interpretazioni e i cavilli si sprecano. Così il prefetto di Napoli Francesco Antonio Musolino prende tempo: «Stiamo aspettando gli atti».

Chi non vuole più attendere è lui. Si presenta in consiglio comunale, dov'è in discussione il bilancio, e parte in quinta: «Comunque vada farò il sindaco fino a metà del 2016, poi deciderò se avrò la forza e l'entusiasmo per andare avanti». In realtà il sindaco sembra avere le ore contate, ma lui guarda lontano, oltre le contingenze del calendario: «Ho pagato perché non mi sono fatto corrompere, non mi sono girato dall'altra parte, non mi sono piegato». A chi? La risposta è oscura, quasi un fumetto dietrologico: «La mafia ha deciso di infiltrarsi, di non colludere più con la politica e di prendere la forma delle istituzioni, passando dalla strategia criminale esterna alla stagione della legalità formale». Insomma, l'Italia è corrotta, de Magistris vittima innocente di un non meglio specificato complotto. Poi l'affondo più sconcertante: «La sentenza giuridicamente fa acqua da tutte le parti. Io credo che guardandosi allo specchio e provando vergogna quei giudici dovrebbero dimettersi, non certo io che ho sempre fatto il mio dovere». Ma sì, la stella è nella polvere. Al confronto, persino il tambureggiante Berlusconi antigiudici sembra una pallida imitazione. L'Associazione nazionale magistrati affida ad un comunicato la propria indignazione: «Quelle di de Magistris sono parole gravi e offensive, tanto più inaccettabili perché provenienti da un uomo delle istituzioni».

Il presidente del Senato Piero Grasso, in visita proprio a Napoli, invece va al sodo e detta l'agenda dei prossimi giorni: «Le dimissioni? Valuterà lui, ma la Severino è una legge che va applicata. È stata applicata ad altri sindaci e penso che la sua applicazione sia inevitabile». De Magistris naturalmente replica anche alla seconda carica dello Stato e prova ad aprirsi un varco facendo carambolare le parole: «Grasso è il presidente del Senato e ha tutta la legittimità per affermare quello che ritiene. Ma chiariamo che una cosa è la sospensione e un'altra sono le dimissioni». La strada è sbarrata ma lui prova a scavalcare quel verdetto più alto di un macigno: «Se dovesse malauguratamente arrivare la sospensione starò meno a Palazzo San Giacomo e più per strada. Farò il sindaco sospeso». Sembra una caricatura, è la realtà di Napoli.