Delitto Caccia, salta il processo Ma continua il pasticcio dei pm

Dopo l'errore, la Procura di Milano apre in tutta fretta un'inchiesta bis. Il legale dei familiari: «Pagliacciata»

«Gravissime omissioni» seguite da «rimedi peggiori del buco», un processo segnato da «giochi di prestigio» che ora si inabissa e si riapre sotto il sospetto di essere «una pagliacciata». Se a usare queste parole fosse il difensore di un imputato, saremmo nella - per quanto aspra - normalità degli scontri quotidiani nelle aule di tribunale. Ma a partire con questa asprezza è il difensore dei familiari di un magistrato-eroe: Bruno Caccia, procuratore della Repubblica a Torino assassinato nel 1983. E a scatenare la sua rabbia è l'incredibile gestione da parte della Procura di Milano del processo al presunto esecutore di quel delitto. Se per causa di questi errori tutto finirà in nulla, dice l'avvocato dei familiari di Caccia, «chiederemo i danni anziché all'imputato a chi ha reso possibile tutto ciò». E davanti ai microfoni delle tv, l'avvocato fa i nomi: Ilda Boccassini, procuratore aggiunto e capo del pool antimafia di Milano, e il pm Marcello Tatangelo.

La Boccassini era in prima fila, davanti alle telecamere, la mattina del 22 dicembre 2015, ad annunciare la svolta delle indagini e a dichiararsi «emozionata» per avere scoperto, a distanza di trentadue anni, il presunto killer del collega. Ma ieri non si presenta in aula, ad assistere al fianco del pm Tatangelo all'inabissarsi del processo a Rocco Schirripa, l'uomo che un anno fa venne arrestato nella sua panetteria come autore di quel delitto ormai remoto. Il processo salta perché la Procura non si è accorta che Schirripa era stato già indagato e prosciolto per lo stesso delitto, e nessuno ha mai chiesto di riaprire le indagini. Nulla l'indagine, nulle le udienze già fatte in due mesi, nulle buona parte delle intercettazioni che costituiscono l'asse del processo-bis. Si ricomincia daccapo. Ma intanto accade di tutto. Schirripa, che avrebbe dovuto tornare libero già giovedì, viene tenuto illegalmente in cella per tutto lo scorso fine settimana, per dare tempo a pm e giudici di rimediare in qualche modo al disastro. L'inchiesta viene riaperta in tutta fretta, si prepara un nuovo ordine di fermo. Così Schirripa viene riarrestato mentre lascia il carcere di Opera: la sua libertà si ferma prima del cancello della prigione. Più dell'errore commesso un anno fa, è questo teatrino a cavallo del weekend a gettare una luce anomala sulla intera vicenda.

Il problema è che il pasticcio non viene combinato su un processo qualunque: al centro c'è una storia già di per sé anomala, perché Bruno Caccia sarebbe - se la versione ufficiale è esatta - il primo e unico magistrato ucciso dalla malavita organizzata nell'Italia settentrionale; si occupava, e pesantemente, anche di terrorismo rosso, ma le Br non hanno mai rivendicato la sua uccisione; la famiglia cerca da sempre la verità in un secondo livello di mandanti occulti, nei giri di giudici collusi e di massoneria che aleggiava in quegli anni sulle inchieste torinesi sui casinò; e ha lanciato accuse persino su un giudice galantuomo come Francesco Di Maggio, pm a Milano, morto anni fa.

Insomma, la disastrosa svista della Procura milanese avviene proprio nel processo in cui meno sarebbe dovuta accadere. Ieri in aula, prima che il processo coli a picco, il difensore della famiglia Caccia, Fabio Repici, rivela un dettaglio sorprendente: la inchiesta bis, quella che avrebbe portato all'arresto di Schirripa, orgogliosamente rivendicata dalla dottoressa Boccassini, venne aperta solo due anni dopo che la famiglia della vittima aveva presentato la sua denuncia, con due esposti successivi; e fu necessario l'intervento della Procura generale per costringere la Procura a darsi una smossa. E d'altronde lo stesso avvocato di parte civile ieri spiega che se il processo a Schirripa non si fosse inabissato, la famiglia avrebbe chiesto la condanna dell'imputato come «gregario» dell'omicidio. E non come autore materiale, come sostiene invece la pubblica accusa.

Ora si riparte da zero: una parte delle intercettazioni che avrebbero incastrato Schirripa non si potranno più usare; la Procura è convinta che bastino quelle compiute quando il panettiere non era ancora indagato. Ma si poteva intercettarlo senza indagarlo? E come finirà tutta questa faccenda? «Me lo dica lei», risponde ieri l'imputato, mentre le guardie lo portano via.