Dietro l'indagine sull'alta velocità il braccio di ferro fra le procure di Milano e Firenze

Roma«Expo non è più la fiera degli scandali». Matteo Renzi, in visita ai cantieri milanesi venerdì scorso, aveva espresso la netta intenzione di chiudere con il passato di scandali, accuse di appalti truccati e, soprattutto, con l'ennesimo danno redazionale all'immagine del Paese nel mondo. Un'intenzione nobile, questo bisogna riconoscerlo, ma il sospetto è che la volontà politica di presentare una Milano e un'Italia «diversi» sia stata in qualche modo corroborata da una certa accondiscendenza da parte della magistratura. È quanto ha adombrato ieri Il Fatto Quotidiano , avanzando il dubbio che il procuratore capo milanese Edmondo Bruti Liberati abbia voluto in qualche modo «ibernare» (questo il termine utilizzato) le inchieste per corruzione e abuso d'ufficio riguardanti alcune opere connesse all'Esposizione che partirà a maggio.

La scarsa simpatia del giornale diretto da Marco Travaglio nei confronti del procuratore capo milanese (protagonista di uno scontro con un magistrato «difeso» dalla testata, Alfredo Robledo) potrebbe lasciare adito a qualche dubbio. Eppure, i protagonisti dell'inchiesta di Firenze sono i medesimi indagati di Milano: a partire da Ercole Incalza, superdirigente del ministero delle Infrastrutture, per finire con l'imprenditore Stefano Perotti. Lecito, quindi, domandarsi quale sia l'origine di tanta attenzione da parte della Procura del capoluogo toscano. Il motivo è presto detto: la «famigerata» inchiesta sul sottopasso ferroviario dell'Alta velocità, partita nel 2011 sulla base di un accertamento della Forestale e dell'Arpat (l'agenzia regionale per la protezione ambientale) sullo smaltimento dei fanghi e dei detriti degli scavi. Nel settembre 2013 a finire ai domiciliari è l'allora presidente di Italferr (gruppo Fs) ed ex governatrice dell'Umbria, Maria Rita Lorenzetti, accusata di aver sfruttato il proprio ruolo per avvantaggiare alcune imprese di costruzioni.

L'inchiesta è proseguita e nello scorso febbraio i pm titolari, Giulio Monferini e Gianni Tei, hanno chiesto il rinvio a giudizio di 32 indagati tra i quali la Lorenzetti e Incalza. Da una «gemmazione» di questa indagine è partita una nuova offensiva anti-corruzione che ha colpito di striscio anche il ministro Lupi che, però, non è indagato. Resta, come detto, qualche dubbio. Al di là delle storiche affermazioni del legale di Incalza, Titta Madia, a proposito del suo assistito («Un vero e proprio recordman dei proscioglimenti, ben 14 e nessuna condanna»), occorre ricordare che molti dei lavori - ad affidamento diretto e non - oggetto di indagine riguardano per competenza territoriale proprio Milano. Inoltre, il gip fiorentino Pezzuti avrebbe respinto numerose richieste di misure cautelari. La Procura di Milano si sarà anche «addormentata» (ma è un sonno tutto da verificare), l'iperattivismo fiorentino ha in sé anche qualche mossa «pubblicitaria».