Dopo dj Fabo tocca a Davide: "dolce morte" in Svizzera con un veleno da 10mila euro

Tutto già detto. Tutto già scritto. Ma è un tutto che vale meno di niente. Perché quando, dopo l'addio a dj Fabo, in Parlamento si doveva tornare a discutere di eutanasia, l'aula era desolatamente vuota. E allora non prendiamo in giro. Ognuno faccia ciò che vuole. O ciò che ritiene giusto. Risparmiamoci però i pistolotti etico-morali. E non permettiamoci più di giudicare chi decide di andare in Svizzera per smettere di soffrire.

Li chiamano «profughi della dolce morte»: una forma di «migrazione» da un'esistenza di dolore che però è pure un atto di accusa verso uno Stato colpevolmente assente. E allora ecco la «supplenza» di Marco Cappato che continua a fare il «Caronte» tra l'Italia e le cliniche elvetiche dove ti mettono il veleno in un bicchiere e aspettano che tu lo beva. Devi farlo tu, da solo, perché questo prevede la legge elvetica.

La procedura non è gratis, anzi ha costi elevatissimi: un business con tante - troppe - zone grigie che Il Giornale non ha mancato di denunciare. Invano. Così oggi veniamo a sapere che un altro malato è stato accompagnato in Svizzera dall'Associazione Coscioni».

Pochi mesi fa Davide ha chiesto alla madre, 73 anni (anche lei gravemente malata), di aiutarlo a farla finita. La donna ha scritto a una clinica svizzera, ma ha scoperto che la «dolce morte» ha un prezzo non solo umano, ma anche economico: 10mila euro. È allora che Davide si rivolge al sito soseutanasialegale.it, gestito da Marco Cappato, Mina Welby e Gustavo Fraticelli.

In breve tempo vengono trovati i soldi necessari. Dalla Svizzera giunge l'ok. La partenza è insieme a Mina Welby verso quello che Davide considera un «sollievo»: «Ho dolori 24 ore al giorno. Qualsiasi movimento, anche il più piccolo, mi procura sofferenze atroci. Per me il viaggio è una liberazione. Come un sogno. Come una vacanza. Mi daranno da bere un liquido, e io lo berrò».

Davide, fa sapere l'associazione, ha deciso di morire perché non vuole più vivere «con il dolore addosso» e perché ritiene che la sua non sia più una vita da vivere ma una condanna da scontare. Nel 1993 aveva 27 anni e faceva il barista, quando ha iniziato a non sentire più un lato del corpo. Erano i primi sintomi della sclerosi multipla.

«Amava il calcio e la musica, aveva tante idee e la forza di realizzarle. Col passare degli anni la malattia è diventata sempre più insopportabile e crudele. Da mesi non riesce più a far nulla, compreso mangiare e dormire», testimoniano gli amici di Davide. «Passa le giornate a letto o in sedia a rotelle, con uno stimolo costante di andare in bagno. Assume farmaci molto forti contro il dolore, più di quindici al giorno».

Ieri, prima che il figlio partisse, la madre lo ha baciato. Per l'ultima volta.