La donna in giallo e la mamma peruviana nuove «icone» della fortuna e del dolore

Luciano GulliPer sempre, quando negli anni a venire si rievocheranno le Torri Gemelle, gli attentati alla stazione di Atocha a Madrid e alla tube di Londra, il Bataclan a Parigi e l'attacco all'aeroporto di Zaventem, si ricorderanno di lei. E quella foto, la foto della «donna in giallo», salterà puntuale dagli archivi per raccontare l'orrore di quel secondo giorno di primavera del 2016. Càpita, nella vita, di diventare un simbolo un'icona, si dice ora - di qualcosa. Solo che fino all'altro ieri, quando si diceva «icona», uno pensava positivo: Michael Jackson e Beyoncè sono due icone del pop, no? Ora ci sono le «icone» del dramma, una new entry di cui non si sentiva il bisogno. Ricordate il fantasma grigio di polvere che emerge dalle macerie dell'11 settembre a New York? Ieri è toccato a lei fare il giro del mondo in una manciata di secondi. Lei, la «donna in giallo».Non sarà bello rivedersi accasciata su quella panca con lo sguardo allucinato perso nel vuoto, il volto sporco rigato di polvere e sangue. E la giacca gialla, quella della divisa che Nidhi indossava con orgoglio, pavoneggiandosi al check-in, strappata e inzuppata di sangue e caffè. Ma sarà bello poterlo raccontare, dire a se stessa e un giorno ai nipoti che il Caso, quel giorno, l'ha risparmiata.La «donna in giallo» è Nidhi Chaphekar, hostess della compagnia indiana (e indiana lei stessa) Jet Airways. Madre di due figli, Nidhi stava per imbarcarsi su un volo per Newark, New Jersey. Professione sopravvissuta, potrà dire di sé, il giorno che le tornerà la voglia di sorridere.Come Mason Wells, 19 anni, missionario mormone, americano dello Utah, che della sopravvivenza ha fatto una specie di mestiere. Era alla maratona di Boston, nel 2013 (sua madre era iscritta alla gara), quando scoppiarono le bombe che fecero tre morti; ed era a Parigi nel novembre scorso, nel giorno degli attacchi kamikaze. «Sicché è difficile dire - celia un suo amico da Salt Lake City - se gli attentati lo perseguitano, e lui è molto fortunato, o se è lui che porta sfiga».Poi c'è anche chi non ce l'ha fatta. E se serve un'«icona» anche per questa categoria, forse la faccia di Adelma Tapia Ruiz, peruviana di nazionalità, potrà andar bene. Adelma, 37 anni, era all'aeroporto col marito belga, Christophe Delcambe, e le loro due figlie gemelle di quattro anni, Maureen e Alondra. Giocavano a rincorrersi, Maureen e la sorella; e giocando giocando si sono allontanate dal gate (e il padre appresso, per richiamarle all'ordine) di quel tanto che è bastato per restare vive. E il padre con loro. La povera Adelma, la mamma, invece è morta. Voleva andare a New York per trascorrere la Pasqua con due sue sorelle. Doveva essere una gran festa. Si allestirà il più atroce dei lutti.Si vive o si muore, o si resta amputati, come alla più perversa delle roulette russe. Non c'è un senso. Questo si ripete Chiara Burla, 24 anni, originaria di Borgosesia, a Bruxelles da pochi giorni per un workshop di danza. Viva! Viva come altri due nostri connazionali: Michele Venetico, 21 anni, e Marco Semenzato, padovano di 34 anni. Michele lavora in aeroporto per la Swissport. Marco, consulente della Commissione europea era sul metrò. Sulle spalle, lo zainetto col computer, che si è disintegrato e gli ha salvato la vita, facendogli da scudo. La Morte li ha sfiorati, facendogli «ciao» con la mano. Come con la «donna in giallo», l'«icona» di Zaventem, quel secondo giorno di primavera del 2016.