Dortmund, dubbi sulla pista islamica

L'iracheno arrestato è un soldato dell'Isis ma non è coinvolto nell'attentato al bus

Berlino - La pista islamica non ha dato i frutti sperati. Il principale sospettato per il triplice attacco esplosivo di Dortmund contro il pullman del Borussia è risultato estraneo ai fatti. È stata la stessa Procura federale a spiegare giovedì che «le indagini fino a questo punto non hanno prodotto alcuna prova sulla sua partecipazione all'attacco». Ore dopo le tre esplosioni che martedì avevano mandato in frantumi il mezzo impiegato dalla squadra per recarsi allo stadio Signal Iduna Park di Dortmund, la polizia aveva fermato due uomini: un tedesco di 28 anni e un 26enne iracheno identificato come Abdul Beset A.: il suo cognome non è stato diffuso in ossequio alla severissima legge tedesca sulla privacy. «I nostri sospetti non sono mai stati confermati», ha spiegato giovedì una portavoce della procura federale a proposito del cittadino tedesco.

Più complicata invece la posizione dell'iracheno. La rivendicazione scritta di matrice jihadista, trovata dai poliziotti nei pressi del pullman del Borussia, aveva convinto gli investigatori riguardo alla concretezza della pista islamica. In passato però l'Isis si è spesso attribuito azioni non sue: mettendo il suo turbante ovunque, il califfo al-Baghdadi cerca così di dimostrare una potenza di fuoco superiore a quella effettiva. In questo caso, però, la rivendicazione si è rivelata controproducente per chi l'ha messa in circolazione. È vero che indagando fra gli ambienti dell'estremismo islamico la Procura federale non ha ancora individuato i responsabili delle tre bombe di Dortmund; allo stesso tempo si è convinta che che Abdul Beset A. sia effettivamente un operativo dell'Isis attivo nel Nord Reno-Westfalia. E pur ritenendolo estraneo ai fatti di Dortmund ha chiesto ai giudici il suo arresto per fatti molto gravi: l'uomo è sospettato di aver guidato un'unità di dieci uomini dello Stato Islamico nel suo Paese di origine e di essere il responsabile di sequestri, traffico di essere umani, ricatti e omicidi. Beset si era recato in Turchia nel marzo 2015 e da lì aveva proseguito per la Germania, dove è sempre rimasto in contatto con l'Isis, fino al suo arresto mercoledì a Wuppertal.

Giovedì è stato anche il giorno delle polemiche: se l'allenatore del Borussia se l'è presa con l'Uefa, colpevole di aver mandato in campo la sua squadra sole 24 ore dopo l'attacco, Angela Merkel ha criticato la politica di sicurezza di due Länder, quello di Berlino e quello del Nord Reno-Westfalia, la regione con Dortmund e Wuppertal. In un'intervista al Funke Mediengruppe, la cancelliera si è lamentata di come purtroppo esistano leggi sulle sicurezza «molto diverse» fra Land e Land. «Tutti gli stati federati dovrebbero raggiungere lo stesso livello di sicurezza: per esempio il Nord Reno-Westfalia non pratica sfortunatamente controlli di polizia casuali». Cosa che invece «la Baviera fa» e che, ancora, «Berlino non fa». Con poche parole Merkel ha così lodato gli alleati cristiano-sociali bavaresi al potere a Monaco e bacchettato due governi regionali di sinistra: quello di Berlino guidato da una coalizione rosso-rosso-verde e quello del popoloso NRW dove il mese prossimo la governatrice socialdemocratica Hannelore Kraft punta alla rielezione. Una stoccata molto istituzionale «al terrorismo non ci arrenderemo mai», ha aggiunto la cancelliera con un occhio anche alle elezioni del prossimo settembre, quando Merkel correrà per un quarto mandato alla guida del governo federale.