il dubbio

di Piero Ostellino

S e si guarda alla distribuzione dei voti della sinistra all'interno della società civile alle ultime amministrative, si addiviene a una constatazione sociologica: che la sinistra ha perso il carattere di movimento proletario ed è approdata al ceto sociale che, per definizione, ne è storicamente antitesi. Insomma: la sinistra è diventata una movimento da ricchi! Lo dico senza ironia, perché ancorché borghese non sono ricco e, in quanto lavoratore, propendo più per la mia collocazione fra il proletariato che fra la borghesia, alla quale pur appartengo culturalmente e ideologicamente.

È, infatti, nelle zone, nei centri storici, dove vive la ricca borghesia, che la sinistra ha raccolto la maggiore messe di voti. Insomma, è mutato il quadro antropologico entro il quale si era da sempre collocata. Che la sinistra si caratterizzi, ora, per essere un movimento essenzialmente borghese, se non addirittura ricco-borghese, fa riflettere. Volendo agganciare il fenomeno agli schieramenti tradizionalmente in lotta, si potrebbe aggiungere che in questo consiste il successo di Matteo Renzi, se, per successo, indichiamo la mutazione antropologica della sinistra, che da proletaria è diventata borghese... Sorge spontanea un doppia domanda. Dove sta Renzi? Dopo la scomparsa della sinistra e la sua trasformazione chi difenderà i proletari?

Messa nei termini di una rivoluzione antropologica, il renzismo ha universalizzato la sinistra connotandola come movimento interclassista, a differenza di come era in passato, quando c'era ancora il Pci, cioè proletaria. Il renzismo si connota come figlio del suo tempo, cioè della crisi internazionale del comunismo e la nascita di una cultura politica non più polarizzata fra borghesia e proletariato e lui stesso rivela di essere un borghese.

Non è una rivoluzione da poco, bensì il riflesso di un mondo che è cambiato con la crisi del comunismo e la dissoluzione dell'Urrs il referente del proletariato mondiale e la nascita di una cultura più universale che guarda ai diritti civili più che a quelli di classe e non distingue più fra ciò che attiene ai valori (i principi) della borghesia e quelli del proletariato. Difficile dire se sia un bene o un male. Personalmente sono dell'opinione che sia più un bene che un male non fosse altro perché si riducono anche le occasioni di conflittualità sociale. La vecchia polarizzazione metteva costantemente a confronto valori e principi del mondo borghese con quelli del mondo del lavoro, esacerbando le differenze. Ora non è più così. La borghesia non è più la classe, come sosteneva il vecchio Marx, sfruttatrice dei lavoratori ma la parte ricca della società che tutela i propri interessi non necessariamente in competizione o in conflitto col proletariato. Renzi, che ambiva a cambiare l'Italia, può ben vantarsi del successo della sua rivoluzione rottamatoria. Ha rottamato anche la sinistra. Se l'Italia non è più quella di prima, lo si deve anche a lui, una sorta di clone di Berlusconi.

Si tratta, ora, di vedere, come e dove evolverà questa Italia dei ricchi che votano a sinistra per convenienza o snobismo. Personalmente, non vedo come tale rivoluzione antropologica possa tradursi in un aumento della conflittualità di classe. Anzi. A me pare, piuttosto, che essa attenui le condizioni primitive della lotta di classe e stia trasformando il Paese lasciando però ai margini della società una fetta importante di cittadini, che faticano ad arrivare a fine del mese. Minore conflittualità uguale maggiore stabilità sociale. Segnalo il caso non per compiacermene, da borghese, ma come un fenomeno sociologicamente rilevante col quale faremo i conti. Il giudizio etico-politico lo lascio a chi è ancora prigioniero di una un concezione classista della società contemporanea, divisa fra borghesia e proletariato.

piero.ostellino@ilgiornale.it