Duterte e il figlio trafficante: "Se è vero ti faccio uccidere"

Il presidente-giustiziere è un paladino dell'anti-droga. Niente sconti al primogenito accusato di essere un boss

Ho detto a Pulong: il mio ordine è di ucciderti se sei coinvolto (nei traffici). E proteggerò i poliziotti che ti uccideranno, se è vero». A pronunciare queste parole è stato il presidente-giustiziere delle Filippine, Rodrigo Duterte, rivolgendosi mercoledì sera a un gruppo di funzionari governativi raccolti nel palazzo presidenziale di Manila. Pulong è il nomignolo di uno dei figli di Duterte, Paolo. Un vezzeggiativo che è l'unica traccia di un rapporto padre-figlio fatto a pezzi - per lo meno a parole - di fronte alla necessità politica di apparire l'uomo forte alla guida del Paese. Duterte è stato infatti eletto presidente delle Filippine il 30 maggio 2016, dopo una campagna elettorale all'insegna appunto di una lotta senza quartiere al traffico di droga, una piattaforma tutta legge e ordine che prometteva di uccidere sia trafficanti che consumatori. L'anno scorso è arrivato addirittura a paragonarsi a Hitler, dicendo che sarebbe stato contento di uccidere 3 milioni di tossicodipendenti, come il leader nazista fece con gli ebrei (ignorando forse che gli storici ne stimano circa 6 milioni). Una politica che non ammette deviazioni. «Avevo già detto che il mio ordine era di uccidere i miei figli se coinvolti nel traffico di droga». E così ha ribadito mercoledì, riferendosi a Paolo.

Il figlio del presidente, 42 anni, è l'attuale vicesindaco di Davao. Una delle più importanti città delle Filippine, è ora guidata da Sara, altra figlia di Duterte il quale a sua volta è stato sindaco della città per oltre vent'anni: un altro dei pilastri del programma del presidente, oltre alla guerra alla droga, era infatti il contrasto totale alla corruzione. Paolo all'inizio di settembre ha deposto davanti a una commissione senatoriale d'inchiesta negando le accuse che un esponente dell'opposizione gli ha mosso: di far parte di una triade cinese coinvolta nel contrabbando di un enorme quantitativo di cristalli di metanfetamina dalla Cina del valore di 125 milioni di dollari. È questo l'episodio cui, pur senza mai citarlo, si riferiva mercoledì il presidente della Filippine.

Dura lex sed lex, avrebbero forse commentato i latini, la legge è pur sempre legge, anche se severa va rispettata. Ed è quanto sta portando avanti Duterte da quando è alla guida del Paese, estendendo a livello nazionale le politiche violente e repressive con cui aveva ripulito la sua Davao: la polizia ha dichiarato di aver ucciso più di 3.800 persone in operazioni antidroga, mentre migliaia di altre sono state uccise in circostanze misteriose. Un'escalation di violenza che ha causato le denunce internazionali di alcune organizzazioni per i diritti civili, rimaste inascoltate. Una violenza che spacca il Paese: se ieri migliaia di oppositori di Duterte si sono raccolti per protestare contro la sua politica e i suoi metodi violenti, molti sono tuttavia i suoi sostenitori nella capitale Manila e in tutto il paese asiatico.

Considerato come unica risposta (apparentemente) possibile al dilagare della droga e della corruzione, Duterte è l'ennesimo caso di infatuazione dell'opinione pubblica verso l'uomo (apparentemente) forte, il solo che sarebbe in grado di far rispettare la legge. Senza chiedersi quale essa sia.