E Bersani scende in trincea al fianco di Baffino

RomaLa ditta non chiude. Non muore, non si abbandona, casomai la si riconquista. Con le buone o con le cattive. Ma dall'interno, subdola rivincita del trotskismo della Quarta Internazionale contro il terrore staliniano di Matteoski Tizianovic Renzjonov.

È un estremo atto d'amore, forse, quello dei vecchi padroni del vapore pieddino. Il «sentimentalismo» tra postcomunisti che non si lasciano né sedurre, né rassegnare, né lacerare dal perfido nemico. Così le grandi manovre sotterranee dell'estate preludono presumbilmente a un attacco al Palazzo d'Inverno. Nazarenoskoja. Se il generale Rutzokov D'Alema dall'esilio chiama alla rivincita, uno dei suoi antichi luogotenenti, Pier Luigi Bersanovic non può che consentire, obbedire, combattere. Lo fa dalla festa dell'Unità di Milano, l'ex segretario del Pcus, ops Ds, facendo da sponda e scudo all'ex leader Massimo. «Le prediche a D'Alema - dice - vengono da pulpiti che con un eufemismo definirò poco probabili». Se non bastasse, Pier Luigi si dichiara ancora pronto alla pugna. «D'Alema è stato sincero. Confermo con parole mie che c'è un disagio e un problema che è tutto politico. C'è parecchia nostra gente che sta pensando che la si stia portando dove non vuole andare. E quindi a un problema politico si risponde con la politica».

Si torna in campo, allora. Non più, come vagheggiava taluno, accarezzando l'ultima delle dolorose scissioni a sinistra. L'articolo di fine agosto di Paolo Mieli sul Corsera , che ha suscitato ampio dibattito (così si sarebbe detto un tempo), e che veniva rubricato come quasi un «favorino» a Sua Maestà Renzi, grazie all'onnipotente ubiquità del Mielismo ha una chiave ancora più sottile e intelligente. Un patrimonio come quello del Pd, ovvero come l'eredità lasciata dal Pci (chiedere a Sposetti se son concetti astratti), non potrà mai finir sfilata dal primo furbo Fiorentino, dal suo cerchio magico o precipitare nelle spire di querelle giudiziaria . Il cambio di rotta c'è ed è evidente, anche perché l'autunno caldo di Renzi rischia di bollirlo o metterlo alla griglia, farlo cioé diventare commestibile per i vecchi pescecani - che, sia detto per inciso, non hanno allevato delfini e assai poco si son sempre fidati di polletti alla Orfini (il Traditore), Civati (Pupo prodiano), Fassina (il Bocconiano). Tutt'al più è alla generazione saggia di Cuperlo che viene demandato (com'è stato finora) di tenere duro all'interno della Ditta. Bersani così rinnova il patto d'amore che lo legherà per sempre: «D'Alema ha ragione, il nostro elettorato è diverso da quello della destra, perché vuole anche la convinzione, non gli basta la convenienza, e non vive di solo pane. Detto questo, alla domanda scissione? rispondo: tre volte mai». Il piano esposto a grandi linee da Bersanovic (mai stato un grande stratega, semmai esecutore di ordini) partirà da una «ricostruzione del centrosinistra», inteso come quel legame sentimentale di cui parla D'Alema. Dunque: convincere i militanti che il partito non andrà dove vuole Renzi. Alle Amministrative, passaggio tattico di primavera, lo schema dei vecchietti terribili è «un Pd che organizza le forze esterne», spiega Bersani. Guarda caso, unico modo per raggiungere esponenti di una sinistra di governo fuori dal Pd - Pisapia a Milano, Zedda a Cagliari o Doria a Genova -, impresa per Renzi impossibile. Si torna agli «indipendenti d'area», una specia di versione di Podemos all'italiana. Un po' poco, ma così si spera di tenere in piedi il Pd: grazie agli «esterni». Invece del Papa straniero, una bella squadra di «stranieri» che vincono. E alla lunga, magari, arriva pure Murinho che fa fuori l'Usurpatore.