E grazia il giudice «amico»: non si costituisce parte civile

Milano«Se ci sono irregolarità ed elementi di rilevanza penale il Comune di Milano è e sarà parte lesa» disse il sindaco Pisapia a fine gennaio 2014, parlando dell'inchiesta nei confronti di Adriano Leo, magistrato del Tar lombardo accusato di falso ideologico per aver depositato una sentenza diversa da quella decisa con i colleghi in camera di consiglio. Con un dispositivo che di fatto salvò dal crac Sea Handling, società che gestisce lo smistamento bagagli negli scali di Linate e Malpensa. Ma ieri, nella prima udienza del processo, non c'era nessuno dell'Avvocatura comunale. Nessuna costituzione di parte civile per palazzo Marino. Amnesia o scelta, poco cambia: l'assenza contribuisce a tenere vive le inquietanti domande sottese a questa vicenda. Che comincia nel 2012, quando la Commissione europea qualifica come «aiuti di Stato» - illeciti - i 360 milioni versati dal Comune a Sea Handling in 10 anni, a partire dal 2002, sotto le giunte Albertini, Moratti e da ultimo da Pisapia. La società dovrebbe restituire la somma, più gli interessi: 452 milioni di euro. Una cifra monstre, una batosta che la farebbe fallire, con 2.300 dipendenti a casa e gli aeroporti a rischio paralisi. I sindacati insorgono, il Comune ricorre al Tar. E qui entra in gioco il giudice che presiede la terza sezione del Tar. Leo si assegna il ricorso senza seguire l'ordine di estrazione, verrà fuori durante l'indagine interna davanti al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. E soprattutto scrive e deposita una sentenza diversa da quanto deciso in camera di consiglio con i colleghi di che compongono con lui il collegio, Fabrizio Fornataro e Silvana Bini. Da qui parte la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm della Procura milanese Roberto Pellicano. La sentenza che Leo deposita a inizio estate del 2013, strano caso, è una manna dal cielo per Sea e il Comune di Milano, perché sospende la decisione europea, regalando a Sea Handling la possibilità di non mettere a bilancio quei 452 milioni di euro. La società è salva. Ma non è questo quello che, chiusi in camera di consiglio, avevano deciso i tre giudici. La sentenza che solleva società e Comune dalle grane sarebbe stata manipolata. Forse scritta, è il sospetto, dall'autore del brogliaccio che Leo, hanno riferito gli altri del collegio, si portò con sé quel giorno. E che ieri il pm Pellicano ha chiesto di acquisire tra le prove. Ma di questa «irregolarità» a Palazzo Marino non interessa.