E i Robinson Crusoe dell'estate scoprono che la metropoli non è più l'isola deserta

Paolo Granzotto racconta di quando le città smisero di svuotarsi ad agosto

Se c'è qualcosa che non può esserci negato, ebbene questo qualcosa è il diritto al lamento. Diritto al mugugno, com'era definito - e codificato - nella marineria genovese. Voi direte che di occasioni per dolerci, la vita ce ne offre più del necessario e quella politica in particolare più del consentito. Ma tant'è, ogni volta che viene meno un pretesto per lagnarsi, specie se questo è futile, ci sentiamo, come dire, defraudati.

Prendete l'agosto. Chi sceglieva o era costretto a passare l'agosto in città si preparava psicologicamente alla sopravvivenza ma anche alle successive amare considerazioni sui giorni trascorsi in assoluta solitudine. Si sentiva una specie di Robinson Crusoe accompagnato, nei suoi spostamenti urbani, dalla sola eco dei suoi passi. Turbato dal silenzio della città. Inquieto per l'assenza di contatti umani.

In realtà più l'esodo era massiccio meglio si stava, d'un tratto padroni di spazi generalmente sovraffollati, liberi di percorrere itinerari preclusi, in tempi normali, a causa del traffico prepotente. Diciamo la verità: in agosto si stava da Dio perché va bene il connaturato istinto sociale, ma ogni tanto, della gente che ti soffoca e ti sgomita, è bello farne a meno.

Poi, a settembre, mentendo spudoratamente, si facevano apocalittiche relazioni su quei giorni, con frequenti riferimenti a crisi d'agorafobia, alla paura ossessiva di piazze e vie deserte. Si dava sfogo, insomma, al diritto al mugugno.

Questo, una volta, perché di città vuote, d'agosto, non se ne vedono più. Roma, Milano ma anche Torino - che pure con la chiusura della Fiat e delle altre fabbriche conosceva esodi biblici - Bologna, Genova, Bari, tutte le metropoli che non siano interessate dal flusso turistico hanno vissuto un agosto insolitamente affollato.

Cos'è successo? È successo che il vecchio concetto di vacanza, il mese intero da passare al mare o in montagna, piace sempre meno. Ci siamo fatti inquieti, nomadi passiamo da una località all'altra con frequenti ritorni in città, ci prendiamo le ferie a pizzichi e bocconi rinunciando alla stanzialità. Per molti le vacanze non sono altro che un susseguirsi di lunghi week-end, per altri un mordi e fuggi nelle località in voga, per altri ancora una manciata di giorni da vivere intensamente con notti bianche alternate a ore catalettiche sdraiati sulla spiaggia. Non esiste più il "tutto mare" o il "tutto monti". Ma si passano tre giorni lì e quattro là come chi, davanti ad un buffet, non rinunci ad assaggiare di tutto.

Ci chiediamo se questi sono, tutto sommato, i piaceri della villeggiatura che, in teoria, dovrebbe servire a ritemprare le forze dopo undici mesi di lavoro. Forse si lavora meno. Forse ci siamo accorti che a ritemprarsi ci si annoia. Più probabilmente si è incapaci di resistere alle lusinghe della spiaggia esclusiva, del night famoso, della vetta inviolata, del villaggio mondano. E siccome tutte queste cose non sono raggruppate, si saltabecca, con ritorni alla base per cambiar guardaroba o corredo, tra una puntata e l'altra.

Come se non bastasse le statistiche ci informano che l'italiano preferisce centellinare il suo "capitale vacanze". Se ha trenta giorni per starsene in panciolle, una decina almeno Ii conserva per l'inverno, destinati a frenetiche "settimane bianche" o al viaggio esotico, con i vacanzieri assimilati al loro bagaglio: sbattuti a destra e a sinistra ma con una etichetta in più dopo ogni trasferta.

E quanti in fondo in fondo amavano la città deserta, non potranno più raccontare anabasi cittadine o evocare inospitali deserti. Anche se non tutte le occasioni di mugugno sono venute meno. Cambiano le abitudini degli italiani, ma non dei negozianti: questo agosto è stato quello delle saracinesche selvagge. La confraternita dei commercianti, da questo punto di vista, è ancora all'antica.

29 agosto 1988