E per Matteo spunta un altro processo

Nel 2016 insultò le toghe a un comizio: il leghista accusato di vilipendio

Roma - Non finiscono le magagne giudiziarie per Matteo Salvini. Dribblato il processo per il caso Diciotti, il ministro dell'Interno rischia di finire alla sbarra entro l'estate per un'altra vicenda, legata a un'accusa di vilipendio dell'ordine giudiziario.

La questione nasce il giorno di San Valentino del 2016, quando Salvini - impegnato nel congresso piemontese del Carroccio, al palazzetto dello Sport di Collegno - si lasciò andare a giudizi non lusinghieri sulle toghe che avevano rinviato a giudizio il consigliere regionale ligure della Lega (e ora viceministro, in attesa della sentenza di primo grado dopo la richiesta di condanna del pm) Edoardo Rixi per la «Rimborsopoli» ligure.

«Se qualcuno nella Lega sbaglia sono il primo a prenderlo a calci nel culo», aveva ringhiato Salvini dal palco, per poi proseguire: «Ma Rixi è un fratello e lo difenderò fino all'ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana. Si preoccupi piuttosto della mafia e della camorra, che sono arrivate fino al Nord». Ne era scaturita un'inchiesta per vilipendio, e una richiesta di autorizzazione a procedere spedita al Guardasigilli dall'ex procuratore di Torino Armando Spataro. Uno che con il ministro dell'Interno sembra avere un conto in sospeso, visto che tra i due sono spesso volate scintille, con il magistrato che a dicembre scorso, a pochi giorni dalla pensione, aveva criticato l'annuncio-social di arresti a Torino fatto da Salvini, accusandolo di aver rischiato di far saltare l'operazione. E proprio Spataro per quattro volte ha sollecitato una risposta alla richiesta di processare Salvini, finché a ottobre scorso è stato il Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede a concedere il via libera.

Ora invece tocca al pm titolare del fascicolo, Emilio Gatti, chiedere e ottenere dal tribunale una data per fissare l'udienza preliminare, dopo aver inviato, mesi fa, l'avviso di conclusione delle indagini preliminari al vicepremier e leader leghista. Ed è stata la procura generale di Torino a dire no alla richiesta, arrivata dai legali di Salvini e definita «totalmente infondata», di avocare l'indagine. Quella che si profila, insomma, è una citazione diretta in giudizio per il titolare del Viminale, che, quando il pm firmerà il decreto, dovrebbe andare a processo.

Insomma, il caso Diciotti tramonta e Torino punta il leader leghista. Che potrebbe sostenere di non ricordare quanto detto a Collegno, rinnovando la lunga tradizione locale di smemoratezza, ma si limita a dirsi «tranquillo e orgoglioso», spiegando di «non aver paura di niente e di nessuno».