E nel porto di Catania c'è il "cimitero" dei relitti

Tra i rottami delle imbarcazioni trovano rifugio anche i profughi

Catania - Il pozzo dei corpi schiacciati e del buio rovente è lì davanti agli occhi. Bisogna inginocchiarsi per vedere meglio all'interno della botola. In fondo, ammassati in sudicie spirali, miriadi di vestiti coloratissimi, sacchetti, e una carta sgualcita che luccica come la fodera di un uovo di Pasqua. Sembra di sentire le urla, le botte dei pugni, che questo legno marcito conserva.

Questi sono i pozzi dove vengono rinchiusi gli immigrati di terza classe, i fratelli africani che fratelli non sono, solo perché pregano il Dio dei cristiani, o perché hanno la pelle più nera degli altri. Qui sotto, in una stiva che sembra una latrina, hanno viaggiato uomini e donne topi, come succede sempre. Come è successo sabato notte sul peschereccio degli ottocento morti. Gli scafisti e chi paga, chi «vale di più» sopra, i poveretti sotto, all'inferno.

Il cimitero dei barconi sequestrati di Catania è sparso nel porto: tre pescherecci qui, altri tre, più grandi, quasi dei mercantili, alla fine del molo. Sono tredici in tutto le armi in legno dei trafficanti sequestrate dalle autorità italiane nel porto etneo. Non sempre è possibile trainare queste carrette fino in Italia. Ultimo tra i pericoli di questa guerra di stracci del Mediterraneo, gli scafisti a corto di barconi stanno tentando, più che in passato, di difenderli. È già successo che siano stati lanciati spari contro i mezzi italiani. L'affare della vendita dei pescherecci ora vale milioni nei Paesi del Nordafrica, perché i rifornimenti diventano complicati visti i numeri dell'esodo.

Il primo peschereccio è lungo circa venticinque metri. Le dimensioni sono simili a quelle del barcone della strage. Sul lato destro dello scafo è incisa una grande scritta in lingua araba. Si trova a Catania da circa un anno, ed è affiancato da altri due barconi disastrati. Il verricello per le reti è completamente arrugginito, le cime sfibrate sono arrotolate accanto a bottiglie d'acqua polverose. Accatastati decine di piatti di plastica, buste dell'immondizia, una quantità enorme di vestiti. Tutto lasciato così com'era al momento della fuga, del salvataggio, il naufragio immobilizzato nel tempo. Eccoli i barconi cadaveri, i fragili mostri in tutto il loro orrore deliberatamente scelto dagli scafisti.

Rimangono così per mesi, anche più di un anno, perché la burocrazia italiana riesce ad entrare anche nelle carrette della morte: il sequestro spetta alla Guardia Costiera, gli oggetti a bordo, e dunque le indagini, sono di competenza della squadra mobile, la demolizione è appannaggio dell'Agenzia delle dogane.

Ma per procedere c' è bisogno del nulla osta della Procura. Tempi lentissimi. E ogni demolizione costa dai 6 ai 15mila euro, da compiere con singoli bandi, barcone per barcone. Con i tempi che corrono le coperture del Viminale sono ai minimi. Ora sta per partire un nuovo bando per una demolizione annuale complessiva, l'uovo di Colombo. Se viene confermata la previsione del milione di arrivi, la distruzione dei mostri natanti potrebbe costare allo Stato italiano venti milioni di euro.

In quelle carrette si trova di tutto. Anche appunti utilissimi alle indagini, diari, infiniti sacchettini di terra, la terra di un Paese odiato eppure attaccato al cuore. E qui al porto di Catania si trova pure un profugo siriano. Abita nel secondo peschereccio da quattro anni, da quando è arrivato in Italia. Si chiama Hamin, ha il permesso da richiedente asilo. Si è arredato la sua camera e la cucina. «La polizia sa che sei qui?». «Si ma non mi dicono niente, sono buono». Hamin, il custode del cimitero dei mostri barconi.