E parlano di miracolo: la disoccupazione cresce

I dati Inps di febbraio tornano a salire e preoccupa la situazione dei giovani Intanto vengono pubblicati i rapporti sulla spending review di Cottarelli

Cade il velo sulla revisione della spesa pubblica targata Carlo Cottarelli, l'ex commissario alla Spending ora tornato al Fondo monetario internazionale. I gruppi di lavoro da lui coordinati erano una ventina, così come i rapporti che ne hanno ispirato il lavoro. Le analisi dei tecnici, da ieri pubblicate online, riguardano ogni settore, ogni comparto e ogni rivolo di spesa pubblica e scendono nel dettaglio dei costi e dei possibili tagli da attuare nel breve, nel medio e nel lungo periodo. Tra le proposte, c'è lo stop al cumulo di pensioni e retribuzioni a carico del contribuente. I tecnici lo definiscono «un segnale di eliminazione di privilegi percepiti come insostenibili».

L'idea è questa: i titolari di pensione erogata dagli enti previdenziali (o in generale da organi la cui attività è sostenuta da finanziamenti a carico del bilancio statale) che si trovano a svolgere incarichi di governo o in sedi istituzionali come Quirinale, Corte dei conti, Consiglio di Stato e Tar, di sindaci, assessori o consiglieri regionali, consigliere di amministratore di società pubbliche, devono riversare allo Stato l'importo della pensione. I risparmi non sarebbero indifferenti, certamente nell'ambito di qualche milione (forse anche qualche decina di milioni) di euro. Tra le altre proposte, anche quella di obbligare alla fusione tutti i Comuni al di sotto di una certa soglia di popolazione (3.000, 5.000 o 10.000 abitanti).

Intanto, il boom di nuove assunzioni, annunciato dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, si è rivelato una mezza verità, se non una sòla intera, per dirla in romanesco. Vero che si tratta del risultato più difficile da raggiungere per un governo (la ripresa del lavoro di solito arriva solo quando il Pil cresce stabilmente per qualche anno) e che quindi una doccia gelata era da mettere in conto. Ma la serie di dati piovuta sulle previsioni del governo non se l'aspettava nessuno.

C'è la disoccupazione calcolata dall'Inps, ancora in aumento. Poi la conferma dei dubbi espressi giorni fa dal metodologo Luca Ricolfi sul Sole24ore . Infine l'indagine parlamentare sui call center che arriva a una conclusione poco piacevole per Renzi: la decontribuzione come incentivo, quella scelta dal governo per dare un boost all'economia, in realtà non funziona.

La statistica di giornata. Dopo il forte calo registrato a dicembre e la successiva diminuzione di gennaio, il tasso di disoccupazione di febbraio è tornato a crescere di 0,1 punti percentuali, attestandosi al 12,7%, lo stesso livello di dicembre, e di 0,2 punti più elevato rispetto a febbraio 2014. Dato che si riferisce a mesi in cui c'era già la decontribuzione del governo Renzi, non i nuovi contratti del Jobs Act che sono entrati in vigore a marzo. Aumento ancora più preoccupante, quello della disoccupazione giovanile pari al 42,6%, 1,3% in più rispetto al mese precedente. C'è anche un dato molto negativo per le donne.

L'occupazione maschile è stabile, mentre a febbraio quella femminile è diminuita di 42mila unità, lo 0,4% in meno.

Ma c'è dell'altro. Il boom di contratti a tempo indeterminato registrato nei primi due mesi dell'anno, venduto dal governo come l'indicatore definitivo che la cura funziona, è in gran parte il risultato della trasformazione di vecchi contratti a tempo. Ma è anche un rimbalzo.

In altre parole, come sospettavano molti addetti al settore, negli ultimi tre mesi del 2014 le assunzioni sono calate molto: 117mila in ottobre, 88mila in novembre, 74mila a dicembre. I datori hanno aspettato gennaio, quindi l'inizio della decontribuzione del governo Renzi, per fare contratti, magari confermando quelli a tempo che già erano in azienda. I nuovi 45mila a tempo indeterminato di gennaio e febbraio 2015, sono assunzioni differite.

È un effetto distorsivo che hanno spesso gli incentivi pubblici mirati. Quelli che - tanto per capirci - non sono un abbattimento delle tasse permanente e per tutti, unica vera cura per l'economia.