E il petrolio ora può far cadere il regime

Senza più i barili acquistati da Usa e Cina, Maduro ha i giorni contati

È bastato che gli Stati Uniti, stufi di sentirsi insultare ogni giorno dalla dittatura di Maduro, interrompessero l'acquisto dei 500mila barili di petrolio che compravano ogni giorno, pari a circa 30 milioni di dollari cash, perché il dittatore venezuelano cominciasse a capire che il suo tempo era oramai scaduto. Del resto oggi Caracas estrae appena un milione di barili, meno di un terzo rispetto ai 3,5 milioni di 20 anni fa, quando il chavismo arrivò al potere, distruggendo l'industria che da sola garantisce il 95% del Pil venezuelano. Usa a parte, altri 330mila barili ogni giorno Maduro li vende a Pechino ma, piccolo particolare, non ottiene un dollaro in cambio in contanti. Il motivo? Quei barili, dal valore di quasi 20 milioni di dollari al giorno, servono per ripagare una parte infinitesimale dell'enorme debito che il regime ha nei confronti della Cina. Tutti gli altri, invece, finiscono nei Caraibi, quasi a tutti a Cuba, il cui governo dittatoriale sarà, sicuramente, il più danneggiato dalla prossima ed imminente uscita di gioco di Maduro. Non a caso all'Avana Diaz-Canel e soci sono preoccupati perché, se verranno meno gli aiuti da Caracas, sarà gioco forza per loro cambiare sponsor. Dopo il crollo dell'Urss, Fidel Castro sopravvisse al «periodo speciale» solo perché poi trovò la ciambella di salvataggio di Chávez. Ora si pone di nuovo il problema, con la differenza che il Messico è più lontano geograficamente ma, soprattutto, Internet ha cominciato a fare crescere le proteste anche a Cuba. Solo ieri, ad esempio, Diaz-Canel - in visita in un quartiere colpito da un tornado qualche giorno fa - è stato costretto a ritirarsi perché fischiato e spernacchiato dalla popolazione locale, che vive in quelle che se fosse in un altro paese da tempo i media definirebbero favelas. Ora l'annuncio fatto da Guaidó che sono già pronti al confine di Colombia e Brasile e nel Mar dei Caraibi aiuti umanitari che entreranno in Venezuela nelle prossime settimane accelera i tempi. Possibilmente entreranno con l'aiuto dell'esercito venezuelano, ha detto il presidente costituzionale, chiarendo comunque che accadrà a prescindere dalla volontà di Maduro. Una questione di settimane per chiudere la partita con il delfino di Chávez insomma. Un Maduro sempre più isolato anche perché la Cina deve ricevere da lui qualcosa come 60 miliardi di dollari e sa bene che ha più probabilità di prenderli se arriva un nuovo presidente che riesce a rimettere in sesto l'economia, piuttosto che resti «el moribundo», il moribondo come oramai lo chiamano anche i chavisti. Non a caso la realpolitik cinese ha portato l'altroieri Pechino ad annunciare la fine della sua collaborazione con Pdvsa, la statale petrolifera venezuelana, di cui gli Usa hanno congelato i conti, assieme a quelli della sua partecipata Citgo, la sesta maggiore raffineria degli Stati Uniti. Guaidó ieri ha annunciato che, dopo ambasciatori e addetti commerciali, nelle prossime ore annuncerà anche i nomi della nuova Citgo: per ora al di là delle parole, Putin tace mentre Trump incombe su Caracas.