Embraco e l'indignazione a targhe alterne

I 500 licenziamenti annunciati dalla Embraco-Wirphol sono diventati un grande caso economico. Ma tutta questa indignazione dove era negli ultimi anni quando piccole imprese chiudevano ogni giorno?

I cinquecento licenziamenti annunciati dalla Embraco-Wirphol sono diventati il grande caso economico di questa settimana. A scorrere le agenzie non c'è stato politico che in modo più o meno forte non si sia detto indignato per ciò che stava accadendo e cioè il trasferimento delle lavorazioni nello stabilimento, già esistente, in Slovacchia. I politici, di tutti i colori, se la sono presa con la globalizzazione, ma anche con la delocalizzazione. Hanno attaccato l'Europa, ma anche i fondi elargiti dagli enti locali. Di tutto di più. Il ministro dello Sviluppo economico Calenda è volato in Europa a sbattere i pugni sul tavolo, ha parlato di gentaglia (anche se poi ha detto di non averlo detto e gli crediamo). L'Italia che conta si è mobilitata per Embraco.

Ma alla fine di questa settimana, e con le idee un po' più chiare ci viene da chiedere: ma tutta questa esibita indignazione dove era negli ultimi anni? Quando piccole imprese chiudevano ogni giorno, quando esercizi commerciali morivano sotto il bombardamento delle nuove piattaforme online. Ogni lavoratore quando perde il lavoro è infelice a modo suo. Ma possiamo dire che ci sono lavoratori che hanno ammortizzatori sociali, ridotti in tempo e quattrini, e altri che invece non ne hanno alcuno? Anche se il dannato Jobs Act, che tutti contestano, ha cercato di ridurre questa dualità.

Cerchiamo di essere più concreti con tre esempi.

1. In dieci anni, secondo i dati forniti proprio questa settimana da Mariano Bella della Confcommercio, sono stati cancellati 62mila negozi. Negli ultimi il fenomeno si è andato attenuando, ma solo per il boom di imprese commerciali straniere, la cui concorrenza non è sempre leale. Supponendo, per difetto, che ogni esercizio oltre al titolare lavorasse anche un addetto, si tratta di 120mila posti di lavoro bruciati in dieci anni. L'equivalente di 25 chiusure dell'Embraco all'anno. Il che vuol dire almeno due titoli di apertura delle prime pagine dei giornali al mese e corrispondenti viaggi, non so dove, dei ministri competenti. Ebbene nulla di questo è avvenuto mentre questi invisibili chiudevano baracca e burattini.

2. La regione Sicilia con un decreto del precedente assessore allo Sviluppo economico (sic) ha deciso che i panettieri (cinquemila nell'isola) non possano produrre pane fresco la domenica. Il nuovo assessore della nuova giunta di centrodestra (quella che dovrebbe essere liberale e pro-mercato) ha promesso che potrebbe permettere un paio di apertura domenicali al mese, ma non di più. Tutte le associazioni di categoria da Confartigianato a Confesercenti sono scioccate: dicono che il riposo settimanale non lo negano a nessuno, ma vogliono avere la libertà di programmarlo liberamente. Insomma in un paese in cui gli esercizi commerciali chiudono, in cui le botteghe artigiane vengono controllate come la Fca, in cui i minimarket bengalesi aprono e chiudono quando vogliono, insomma in questo paese c'è una categoria che vuole lavorare la domenica, produrre di più, impiegare di più, fornire un migliore servizio e i geni che stanno là seduti a prendere uno stipendio da noi pagato, impediscono la loro libertà di intrapresa. Ma che rabbia vi viene?

3. Con tutto il rispetto per l'ottimo lavoro di Calenda (si veda la sua giusta posizione contro le demagogie di Emiliano su Ilva e Tap), il ministro dello sviluppo economico più che in Europa, forse dovrebbe farsi un viaggetto in Sicilia. La Fassa Bortolo, con sede a Treviso, ha deciso la bellezza di cinque anni fa di aprire uno stabilimento ad Agira, sempre in Sicilia. Cinque anni, cinque. E nel frattempo facciamo i titoli su Embraco. Ma ritorniamo ad Agira. Lo stabilimento darebbe 100 posti di lavoro per un investimento di 25 milioni. Ebbene ha avuto tutte le autorizzazioni, ma manca il parere paesaggistico da parte della Sovraintendenza. Avete capito il parere paesaggistico. Il titolare della Fassa si è scocciato e a questo punto vorrebbe mollare. Anche qui la colpa è dei cattivi europei, della globalizzazione, della delocalizzazione?

Commenti
Ritratto di do-ut-des

do-ut-des

Sab, 24/02/2018 - 11:01

i macchinari sono in stabilimento, i clienti ci sono, le commesse pure, glioperai sono già lì. Non si può mandarla avanti ugualmente senza padroni? Si facciano avanti i grillini con il loro microcredito, un bell'assegno e si fa lavorare tutti. Ma che diamine.

gigetto50

Sab, 24/02/2018 - 11:33

....a suo tempo non si era sotto elezioni....no?

jaguar

Sab, 24/02/2018 - 12:04

Per le grandi aziende in difficoltà si muovono tutti, sindacati, prelati, sindaci, ministri, mentre invece per le piccole imprese, vero motore dell'economia, tutti tacciono.

Ritratto di Leonida55

Leonida55

Sab, 24/02/2018 - 12:47

Dovrebbero fare il mea culpa i komunisti. Secondo loro non c'è nesso, per puro caso, tra le tasse da sceriffo di Nottingham che hanno loro imposto nei 4 governi fasulli ed abusivi con tutte le chiusure delle attività? Prima i piccoli esercenti (neppure considerati, ma sempre vessati) ora con le grandi industrie? Una piccola domanda, un'analisi, l'avete fatta? Sembra di no o siete incapaci. Comunque sia, la colpa è soltanto vostra.

giovanni951

Sab, 24/02/2018 - 13:05

giusto Nicola...lo hai spiegato bene nelka tua Zuppa