Emilia rossa sotto choc per le primarie flop

Bologna Il flop dell'affluenza in Emilia Romagna fa molto più rumore della vittoria di chi è stato eletto. Stefano Bonaccini da Modena ha battuto Roberto Balzani da Forlì 61% a 39 come candidato governatore del centrosinistra, ma a determinare questo amaro successo sono stati in pochi. Mai nella regione rossa, che della partecipazione ha sempre fatto un vanto, si era vista una desolazione così grande ai seggi per le primarie. I numeri sono schietti: 58mila votanti in una terra da 75mila tesserati, fedelissimi. L'asticella della «soddisfazione», i democratici che già annusavano la débâcle l'avevano messa intorno ai 200mila, anche perché nel 2009 erano stati in 190mila a dire sì a Bonaccini per la segreteria regionale. Ma quelli erano altri tempi.

Durante questa pazza estate il Pd ha dato il peggio di sé e questa sembra essere la risposta del suo popolo: delusione e astensione. Fallito il primo tentativo di vedere arrivare un «briscolone» da Roma, come Graziano Delrio, il trio Bersani-Errani-Renzi aveva cercato di trovare la quadra su un nome unitario come Daniele Manca, uomo solido della «ditta», poi bruciato dal fuoco amico dei modenesi rampanti Richetti e Bonaccini. A quel punto le primarie sembravano diventate un'incombenza funestata anche dalle indagini della magistratura sulle «spese pazze» in Regione. Tra gli indagati, anche i suddetti modenesi, già consiglieri regionali. Da qui il ritiro di Richetti e la corsa a due: Bonaccini-Balzani.

«La cronaca di una mancata partecipazione annunciata» ha alzato le braccia il sindaco di Bologna, Virginio Merola. «Non si può vivere solo di primarie, qualcuno poi tende a disaffezionarsi» la valutazione giunta dal mondo cooperativo per voce del presidente di Coop Adriatica, Adriano Turrini. Da Parma poi, Nicola Dall'Olio, capogruppo Pd in Comune, azzarda l'ipotesi che il Pd abbia «lavorato per metterle in sordina» le primarie. Una doccia gelata che non si è saputa evitare.

Chi non perde tempo, invece, è lo sconfitto Roberto Balzani: l'ex sindaco di Forlì rivendica il suo risultato nonostante «pochissime risorse, pochissimi amici nell' establishment e praticamente nessun aggancio nel ceto politico»; così, dopo aver fatto «i migliori auguri» al vincitore già si dice «disponibile a collaborare con lui». All'incasso, dunque, qualcuno lo darebbe in predicato per l'assessorato alla Cultura mentre altri raccontano che gli sarebbe più gradito quello alle Attività produttive.

Bonaccini, intanto, è volato a Roma, tra un talk show e la direzione, ha avuto il tempo per incontrare Renzi. Il suo grado di «renzismo» è stato misurato a lungo in questa fulminea campagna elettorale nella quale molti non gli hanno perdonato il doppio ruolo in gara: quello di segretario regionale «autosospeso» e di candidato. D'ora in poi gli verrà misurato meglio il grado di continuità col presidente dimissionario Vasco Errani, condannato per falso ideologico in luglio. Agli atti, invece, resta il lungo computo degli errori commessi da coloro che avranno comunque un ruolo nel futuro prossimo di una regione che continua a vantare la sua diversità, ma lo fa ormai, volgendo lo sguardo a un passato che non c'è più.